SBAGLIARE DA GIUSTI COME DON CIOTTI

di JOHNNY RONCALLI – Nel tempo, la parola visione mi è divenuta cordialmente antipatica. Più il corrispettivo inglese in verità, corrispettivo che noi allocchi esterofili facciamo nostro senza ragione alcuna. Avere una vision, una visione, pare essere inevitabile, se ti metti in testa di costruire qualcosa, anche solo il circolo del tennistavolo, non dico il governo del paese. Naturalmente risulta comprensibile il concetto, difficile essere in disaccordo, più ostico digerire l’inflazione di proclami di vision, di visioni che inondano le nostre vite, politica o meno che sia la fonte.

A metter pace tra me e la parola visione ci pensa Don Luigi Ciotti. Una bella intervista di Roberta Scorranese, su “Corriere.it”, ha il merito di porre in primo piano non il prete, non il paladino, non il volontario o l’idealista, ma l’uomo. Semplicemente l’uomo, semplicemente l’uomo tormentato e imperfetto, fallace, insicuro, il dubbio sempre dietro l’angolo.

A un certo punto dell’intervista, viene chiesto a Don Ciotti, “Una volta in cui le è mancato il coraggio?”

Questa la risposta: “Un ragazzo mi chiese i soldi per una dose. Decisi di essere rigoroso e glieli negai. Lui si tolse la vita. Lasciò un biglietto nel quale diceva che aveva capito il mio no, ma non cambiò nulla in me. Mentre lo accompagnavo al cimitero continuavo a chiedermi se quella ostinazione alla rettitudine non fosse stata dannosa, se mi era mancato il coraggio di guardare oltre e di immaginare che cosa sarebbe potuto succedere. A volte la giustizia è questo: visione”.

Devastante. Leggendo queste parole, una cosa risulta inevitabile: immedesimarsi nei panni di Don Ciotti e chiedersi: io cosa avrei fatto?

Non c’è un dritto o un rovescio, c’è forse un giusto, forse anche un giusto in assoluto e forse da qualche parte c’è anche un agire sbagliato, così sbagliato da essere imperdonabile. E tale da perseguitarti per il resto dei tuoi giorni. C’è soprattutto la fallibilità dell’uomo di fronte a un dilemma fatale, la cui fatalità non è immediatamente percepibile, se non attraverso una visione di quello che potrebbe accadere.

Ma tutti noi siamo ostaggi dei nostri princìpi, se ne abbiamo, delle circostanze e delle scelte che sono poi la quintessenza della nostra vita. Scegliere è la quintessenza della nostra vita.

Cosa avrei fatto io? So perfettamente cosa avrei fatto io, senza ombra di dubbio. Avrei fatto l’uno e l’altro, l’uno o altro. Perché a seconda delle circostanze, dei miei principi, ma anche del mio umore, delle mie emozioni, dei miei sentimenti, della mia giornata, avrei fatto l’uno o l’altro.

Dice bene Don Ciotti, a volte la giustizia è questo: visione. Ma la sua vicenda ci dice che non basta avere buoni princìpi per avere anche una immediata buona visione, visione di quello che accadrà, di quello che potrebbe accadere. Non basta essere uomini, e nemmeno bravi uomini, per agire nel bene, per il bene.

Un gesto, un cenno, un diniego, e una vita che c’era non ci sarà più. Vale per i capi di stato, vale per ciascuno di noi.

Suona nichilista, ma non lo è. E’ più una sfida, sempre, a fare meglio, a vedere meglio, ad avere visioni migliori.

Ricordando che è comunque un privilegio da uomini: almeno, da uomini che hanno il coraggio di non abbassare lo sguardo per non vedere, per timore di sporcarsi mani e coscienza.

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