ROLAND E AYRTON, QUEL 1° MAGGIO DEL 1994

Lo stesso week-end di quest’anno, 30 aprile-1 maggio, a Imola. Quella volta era il 1994. Nel giro di poche ore, trovò la stessa fine la storia incrociata di un pilota sconosciuto, Rudolf Ratzenberger, e di un pilota immortale, Ayrton Senna. A tanti anni di distanza, lasciamo alla penna di Emanuela Audisio, sulla “Repubblica”, il compito di ravvivare il ricordo più bello. Un articolo che smuove i sentimenti migliori, ma che ripropone nella sua massima forma il valore intramontabile della grande scrittura.

di EMANUELA AUDISIO – “La giusta distanza”. Così dice il signor Rudolf Ratzenberger, 81 anni. È il padre del milite ignoto della Formula Uno. Più semplicemente: il papà dell’altro, di Roland, morto nel giorno sbagliato. Sconosciuto ai più, un ragazzone austriaco di Salisburgo, senza troppa fortuna. “Ayrton e Roland si conoscevano, li aveva presentati il fisioterapista di Senna, austriaco anche lui. Ma mio figlio era rispettoso, capiva che c’era un divario, anzi un abisso, tra lui che era in F1 da 53 giorni e Ayrton da 10 anni”.

La giusta distanza tra un numero uno e un signor nessuno. Stessa età, 34 anni. Senna era il dio delle pole position, invece Roland faticava a qualificarsi, era al suo terzo tentativo. Senna aveva contratti miliardari, Roland pagava per correre, assunto a gettone. Il brasiliano guidava macchine, l’austriaco, come disse lui, “un cetriolo” che beccava 6 secondi dal primo. La Simtek, la sua scuderia, fino all’anno prima aveva costruito macchine da cucire. Ma Roland aveva volontà, voglia di fare e era proprio fissato con le macchine. Lo ricorda il padre: “Non siamo una famiglia ricca. Io ero un ex dirigente pensionistico, ma provateci voi a far cambiare idea ad un ragazzo che sin da quando aveva quattro anni vi ripete che farà il pilota. Il suo idolo era Lauda. A 12 si costruì la prima piccola macchina di legno con cui sfidò gli amici sui tornanti, a 17 riparò un vecchio Maggiolino con cui scorrazzava nei campi di un contadino. Lasciò la scuola professionale, si mise a fare il meccanico, poi l’istruttore e il collaudatore, lavorò anche in Italia, a Monza, dove l’avevano soprannominato “Rolando Topo di Montagna”. E con i suoi sacrifici si pagò l’ingresso in F1 ad un’età in cui oggi molti lasciano”.

La giusta distanza c’è anche tra San Paolo e Salisburgo: 9.900 chilometri. Roland anche con Senna, la tenne fino all’ultimo. Morì prima, da scudiero, con 24 ore di anticipo, il 30 aprile, stesso Gp, stessa pista di Imola, curva Villeneuve. Il 30 aprile. Alla sua Simtek numero 32 si stacca l’ala anteriore, che si infila sotto la monoposto, la macchina va dritta verso il muretto a oltre trecento all’ora. Sette-otto testacoda, tre ruote volano via, poi torna in mezzo alla pista e striscia fino al tornante della Tosa. Dalla carcassa la testa di Ratzenberger si china di lato, un girasole spezzato. L’abitacolo è squarciato, la tuta bianca di Roland macchiata di rosso, all’altezza del braccio e della coscia sinistra. Terribile il resto: frattura della calotta cranica a metà, due vertebre spezzate, midollo danneggiato, milza spappolata. Nessuna funzione cerebrale, ma gli praticano lo stesso il massaggio cardiaco e lo portano all’ospedale in elicottero. Senna vede il replay dell’incidente ai box.

Si toglie il casco (che 24 ore dopo toglieranno a lui), fa un lungo sospiro, una smorfia di dolore, è turbato. Vuole vedere, sapere, sale su una macchina di servizio e si fa condurre alla curva Villeneuve. “Non si può”. È un gesto per cui la Fia lo multa. I genitori di Roland sono in vacanza in Messico, nessuno li avvisa. Il papà vede alla tv che c’è stato un incidente, non capisce la lingua, ma intuisce. “Ricordai la sua ultima telefonata alla mamma: è una pista pericolosa, se si sbaglia, si rischia troppo, ho una povera macchina, freni non adatti”. Roland morì sul colpo, come dimostrò l’autopsia, ma tutti fecero finta di niente, altrimenti l’impianto sarebbe dovuto andare sotto sequestro e il Gp sospeso. Senna arrivò in ospedale due ore dopo, il dottor Giuseppe Piana gli fece segno di no con la testa. Ayrton fece marcia indietro.

Piana incontrò un collega: “Non ci crederai, ho appena visto uscire Senna: piangeva “.

Chissà, forse in quel momento la giusta distanza scomparve. Tra il numero uno e il numero ultimo vi fu compassione, condivisione, trasporto. Forse Senna vide e intravide un altro se stesso in quel ragazzo testardo, senza mezzi, che aveva iniziato anche lui con i kart e che aveva la sua stessa età. Si rivide dilettante, in gara solo per il gusto di giocare e di sfidarsi, senza tanta tecnologia tra i piedi. Ayrton scrisse una lettera ai genitori di Roland, chiese a Williams se si potesse annullare la gara, nessuno sapeva se il giorno dopo sarebbe tornato in pista. Lo fece. “L’altro” lo aveva avvertito. Ayrton l’aveva sentito. Ma in mezzo tornò la giusta distanza. Un numero uno ha obblighi, impegni, presenze. Anche il viaggio di rientro fu diverso. Ayrton tornò in business class con un volo Varig, la madre aveva insistito perché la bara non viaggiasse nella stiva. Ai suoi funerali andò il mondo. A quelli di Roland andarono solo i piloti austriaci: Berger e Lauda che tenne il discorso di commiato. Roland viene sempre ricordato perché era l’altro. Nemmeno una persona, ma un’ombra, un presagio. Il fulmine prima del temporale. Il signor Ratzenberger ha altre due figlie: Gabi, 42 anni e Elisabeth, 21, e con la moglie Margit saranno in Italia per ricordare che vent’anni fa se ne andarono due ragazzi, anzi due piloti. “Vi ringrazio perché non avete dimenticato Roland. E benedico anche Ayrton per quella cosa lì”.

Quella cosa lì era la bandiera austriaca. Senna la nascose sotto la tuta, l’avrebbe fatta sventolare l’indomani. Gliela trovarono gli infermieri. Era morta anche la giusta distanza.

 

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