QUI KABUL, CAPITALE DELLE VERGOGNE D’OCCIDENTE

di GIORGIO GANDOLA – Bastava chiedere a Samuel L. Jackson. È l’attore di Hollywood che nel film ”Regole d’onore” deve evacuare l’ambasciata americana nello Yemen: prima fa partire i diplomatici e le loro famiglie, poi i marines.

Se al Pentagono ai tempi avessero noleggiato la cassetta da Blockbuster (il film è del 2000), oggi avrebbero evitato una figuraccia planetaria. Joe Biden ha fatto il contrario: ha portato a casa prima (e in fretta) i soldati, lasciando i civili a correre terrorizzati nell’aeroporto di Kabul mentre i talebani arrivavano a tappe forzate. Elicotteri che partivano dai tetti, gente con le masserizie in strada, il terrore negli occhi. Eppure il presidente americano solo una decina di giorni fa aveva assicurato: “Non sarà una nuova Saigon”. Invece è stata esattamente una nuova Saigon, 46 anni dopo, con tutto ciò che di deprimente e sconclusionato si portano dietro le fughe a gambe levate.

Non esistono evacuazioni eleganti, quindi è inutile farla lunga, e pure la decisione strategica di lasciare l’Afghanistan al proprio destino era stata presa due presidenti fa. Conclusa la guerra del tutto legittima portata ad Al Qaeda e a Osama Bin Laden dopo il massacro delle Torri Gemelle (3000 morti fabbricati a mano e l’orrore del mondo, meglio non dimenticarlo), Barack Obama aveva annunciato lo sganciamento, ma poi aveva preferito trasformarlo in un percorso di democratizzazione in loco. Visto che gli avevano conferito il premio Nobel per la pace sulla fiducia, tanto valeva provare a meritarlo. L’intento è da sempre pericoloso perché esportare democrazia con l’aviazione dove vige da secoli la legge tribale viene male dai tempi coloniali. Così è finita come in Libia e in Siria.

La strategia obamiana, proseguita con palpabile ribrezzo da Donald Trump (che infatti fu criticato perché voleva fare le valigie già cinque anni fa), era fallimentare ed è fallita, scoppiando in faccia al suo delfino politico. Ah, la nemesi, signora mia.

Ora molti commentatori della parrocchietta degli “intelligenti per decreto” (esempi sommi Gianni Riotta, Beppe Severgnini e Lilli Gruber) parlano di vergogna occidentale, di fallimento della Nato, e si chiedono mangiando il gelato fra Capalbio e Ponza “cosa si sta facendo qui in occidente per l’Afghanistan”. Sollecitano fatti, decisioni rapide, non chiacchiere. Come se per ricacciare in Pakistan i talebani bastasse inginocchiarsi prima delle partite di calcio.

È singolare che gli intellettuali progressisti in servizio permanente, che per 20 anni ci hanno triturato le tonsille dicendo: “Non bisognava andare in Afghanistan”, adesso alzino lamenti da coro a cappella: “Non bisognava andarsene dall’Afghanistan”.

Parlare di Occidente e Nato sa tanto di fumo. Come al solito si sbaglia mira sapendo di sbagliare per non toccare l’intoccabile. Il nome è Joe Biden, ha firmato lui, ha dato il via lui, se ne assume le responsabilità lui che siede nello Studio Ovale ed è patetico provare a gettare addosso il fallimento strategico al Grande Reprobo che sta giocando a golf in Florida da fine novembre. O a chiunque altro.

Due mesi fa, quando gli alti papaveri della Nato, in rappresentanza dei paesi europei, hanno provato a chiedere al presidente americano e alla dolce Kamala Harris una exit strategy più morbida, si sono sentiti rispondere: “Noi ce ne andiamo a fine luglio, se voi volete rimanere vi facciamo gli auguri”.

Com’era quella vecchia storia di Sergio Leone dell’uomo con la pistola e l’uomo col fucile? Senza contare che un Biden già in picchiata nei sondaggi raccoglierà i frutti della fuga (applaudita dagli americani) alle elezioni di mid-term.

Così sono tornati i talebani. Per prudenza, ad accoglierli non c’era la poetessa con il cappottino giallo che declamava “Imagine”. Sono tornati e il mondo piange. Come spiega stupendamente Osho con una vignetta “Sei Tale e Bano a 20 anni fa”. La prima foto nel palazzo presidenziale è stupenda: un manipolo di guerriglieri barbuti – come immaginiamo la “guardia stanca” bolscevica – stravaccati fra i banchi governativi. Machismo puro. Colpiscono alcuni particolari ai quali noi occidentali perdenti di successo siamo ormai abituati: il “gender balance” è deludente (solo uomini), nessuno indossa la mascherina, non sono arrivati con veicoli elettrici. Da verificare se mangiano vegan, quando intendono applicare la parità di genere, quando si occuperanno del “gender fluid”, e se pensano di abbattere le emissioni inquinanti o piuttosto le missioni cristiane. Bisognerà chiederglielo e, a seconda delle risposte, decidere se meritano “di essere inclusi nel consesso civile”. Poiché siamo inclusivi e resilienti, diamogli una chance.

Aspettiamoci un‘eccitante stagione di “Cancel culture” a Kabul. I nostri bimbiminkia imbrattastatue che un’estate fa si erano accaniti contro Cristoforo Colombo, Indro Montanelli e Winston Churchill potranno vedere all’opera veri docenti universitari in materia: se ti inginocchi davanti a loro, di solito ti alzi senza testa. Roba seria davanti alla quale magari decidiamo di riparametrare le priorità. Difficile, perché noi ormai – fra genitore 1 e 2, schwa e smartworking a oltranza –  stiamo su Marte. Nessuno in Italia ha voglia di andare in piazza a difendere i diritti annientati delle donne afghane: c’è troppa afa. Qui i cortei si fanno solo contro Israele quando pretende di difendersi dai razzi di Hamas. L’Occidente è in rotta. Del tutto normale perché, dopo aver rimosso la morte, l’uomo occidentale dei diritti fasulli oggi è capace solo di consumare, filosofeggiare e scappare.

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