QUESTI NOSTRI RAGAZZI CHE VOGLIONO L’ANNO SABBATICO DOPO LA MATURITA’

Ditemi un po’: l’esperienza pregressa vale zero, nel computo della nostra società? Intendo dire che, se quel che l’esperienza ci insegna e ciò che l’osservazione della realtà ci dimostra coincidono e ci dicono che qualcosa non sta funzionando, il procedere imperterriti nella stessa direzione, senza aggiustamenti di rotta, senza neppure un controllino al navigatore, si configura come idiozia conclamata. Come stupidità patente: come desiderio di andare a sbattere.

E, adesso, veniamo al dunque. Emerge dalla solita inchiesta sui giovani, un nuovo elemento che ci induce a una breve riflessione: moltissimi neodiplomati non si iscrivono all’università, subito dopo il diploma. Benissimo, penserete voi: finalmente, tante braccia rubate all’agricoltura ritorneranno all’agricoltura! Magari, amici miei, magari: i giovanoidi non si iscrivono, perché, dopo lo stress dell’ultimo anno di liceo e la confusione mentale sull’orientamento, preferiscono prendersi un periodo sabbatico, in cui darsi al volontariato e viaggiare, e rimandare di un annetto e mezzo l’inizio dei propri studi universitari. Insomma, adelante Pedro, ma con juicio. Il che, se permettete, mi pare l’ennesima dimostrazione dell’avere allevato una stirpe di invertebrati, cacadubbi e mutandoni: gente che se ne rimane a casina bella con mamma e papà perché mettere su famiglia pare un’impresa titanica e assumersi qualche responsabilità appare come scalare la Nord dell’Eiger.

Ma com’è possibile che, nell’arco di tre generazioni, siamo passati dagli eroi di El Alamein ai piangina attuali? E’ possibile sgretolare le caratteristiche virili di un popolo in un’ottantina d’anni? Ora, non dico che negli anni Quaranta fossero tutti dei Sergio Bresciani e che oggi tutti siano dei bradipi lamentosi, ma il dato ci dice che moltissimi ragazzi nel pieno delle proprie energie, fisiche e mentali, anzichè gettarsi nella mischia, preferiscono pensarci su, prendersela comoda, astenersi. Le ragioni possono essere molteplici e cercherò di individuarne qualcuna.

La prima, è il Covid. Non sto scherzando: solo fra molto tempo potremo calcolare i danni psicologici che, non tanto l’epidemia, quanto la sua terrificante narrazione, ha prodotto nella psiche degli Europei. E, massime, in quella di chi andava alle superiori in quel periodo: insicurezza sul futuro, paura del contatto, moniti apocalittici, senso della catastrofe imminente. Tutto questo ha creato mostri, vorrei che fosse ben chiaro: un sacco di gente ha sbroccato, con figli che non escono più di casa e coppie che scoppiano, senza apparente motivo. Non sottovalutiamolo, nella spiegazione di questa renitenza alla vita vissuta: di questo ragionare da vecchi a vent’anni.

Altra ragione, che mi sembra evidente, è l’iperansiosità dell’educazione scolastica. Questo trattare gli studenti come fossero oggetti di cristallo e, al contempo, propinar loro dei concetti da ritardato mentale, non può non ledere le sicurezze e l’autostima dei giovani. Prova ne sia che, più la scuola investe in quello che definisce “orientamento” e che, invece, non fa che disorientare i ragazzi, più costoro risultano dubbiosi e insicuri nelle proprie scelte: imbottiti come sono di concetti astrusi e di semplici cretinate, non hanno percezione reale di cosa possa loro riservare il futuro né di quale possa essere la loro strada. E, perciò, aspettano: riflettono, suonano il piffero, visitano l’Indocina, si dedicano al volontariato. E, poi, ripartono, con meno spinta, meno energie, meno grinta e molte più incertezze. Insomma, stiamo tirando su una generazione di aspiranti maestri di yoga: degli shaolin anziché degli ingegneri o dei chirurghi.

Infine, le famiglie: il fulcro della catastrofe educativa, insieme alla scuola. Famiglie ultraprotettive, votate alla difesa dei diritti dei propri figli, senza minimamente inculcare in loro l’idea dei doveri. Famiglie in cui la comprensione si trasforma in rapporti amicali genitori-figli e in cui la parola “disciplina” suona come “dittatura”: mai sia! Il pargolo deve decidere da solo la propria strada. Peccato che il pargolo non abbia la minima idea di come si intraprenda una strada purchessia e manchi di modelli, nei genitori, negli insegnanti, nella vita.

Così, eccoci qua: dopo cinque anni di corsi di recupero, di integrazione, di mediazione, di inclusività, di orientamento, il nostro diplomato è più fesso di quando ha iniziato. Più confuso, più debole. Questo sistema produce ignoranza, inettitudine, insicurezza: possibile che nessuno ancora l’abbia capito e abbia avuto, perlomeno, l’idea di invertire la rotta? Perché, poi, questi vitellini spauriti, divenuti a tutti gli effetti vitelloni, a loro volta faranno dei figli, dirigeranno, insegneranno, orienteranno. E, temo, la nostra civiltà scomparirà, definitivamente: ma noi non ci saremo. Per fortuna.

Un pensiero su “QUESTI NOSTRI RAGAZZI CHE VOGLIONO L’ANNO SABBATICO DOPO LA MATURITA’

  1. Johnny Roncalli dice:

    Caro Cimmino, a volte mi pare che noi non più giovani si blateri a vanvera, quando si tratta di sferzare le nuove generazioni, e perdonerà il riferimento all’arnese (la vanvera) di cui certamente conosce la funzione.
    Lei mette sullo stesso piano l’anno sabbatico trascorso a viaggiare o a cazzeggiare e l’anno sabbatico trascorso a fare volontariato o il Servizio Civile e mi pare una bella castroneria.
    Fare volontariato, in qualsiasi fase della propria vita, è iniziativa nobile e formativa e farebbe bene a molti adulti e certamente a molti insegnanti, ad esempio. Insegnerebbe e ricorderebbe a tutti quante vite in salita ci sono intorno a noi, molte più di quelle che si vedono per strada ad ogni modo.
    Magari poi arrivassero tutti questi volontari o ragazzi che scelgono il Servizio Civile presso la struttura dove lavoro o presso l’associazione di cui faccio parte. Li accoglieremmo felici e riconoscenti per il loro anno sabbatico.
    E quanti sarebbero questi piangina, poi? Non si sa esattamente, ma sia come sia, il suo calderone è una bella betoniera a uso e consumo dell’invettiva paternalistica.
    Dico a lei e penso pure a me, badi, a volte l’impulso della fustigazione generazionale può prendere la mano, ma occorrerebbe più discernimento, più discrimine, meno retorica da parte di tutti noi.
    Cordialmente, Johnny Roncalli

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