QUELLO CHE NON SI CAPISCE DELLA MURGIA

Quando una persona vede prossima la fine dei suoi giorni, ma anche prima in realtà, dalle nostre parti, può giustamente dire tutto quel che crede e senza filtri quel che sente. Se questi pensieri sono resi pubblici, è vero allo stesso modo che chiunque li legga o li ascolti possa esprimere quel che crede e senza filtri quel che sente, fosse anche solo per il fatto che l’infausto destino ci accomuna senza distinzione: moriamo, moriamo tutti.

E’ di dominio pubblico: la scrittrice Michela Murgia ha un carcinoma renale al questo stadio, i suoi giorni paiono contati, ne parla in un’intervista sul “Corriere della Sera” e senza filtri esprime pensieri di parte, come sempre, che personalmente ho sempre trovato sbilenchi e poco inclini alla dialettica. La Murgia esprime pensieri che a me paiono disequilibrati e li esprime legittimamente, però, siccome quei pensieri vengono divulgati, è legittimo anche commentarli.

La Murgia dice tante cose, ma partendo dal fondo, dall’effetto provocato sulla storica parte avversa, la destra fascista come lei la definisce, quel che fa umanamente sorridere è la reazione della destra stessa. Lei dice che spera di morire quando Meloni non sarà più premier, perché non vuole morire con un governo fascista. La parte avversa, per conto suo, dice che non ha mai condiviso le sue idee ma tifa per lei, spera di ricevere le sue critiche ancora per moltissimo tempo. Cose che si dicono? Effetto morte? Può essere.

A ritroso, alcune altre considerazioni della scrittrice suonano sentenziose, sembrano sgorgare da una cultura che non ammette tradizione e normalità, salvo credere in Dio e aggrapparsi alle tradizione della propria terra, la Sardegna, per avvalorare il proprio pensiero. «La filiazione d’anima in Sardegna esiste da sempre, anch’io ho avuto due madri e due padri di fatto. È insensato dire che di madre ce n’è una sola, una condanna per la donna e anche per chi le è figlio. La maternità ha tante forme».

E va bene, la famiglia allargata, elastica, diffusa come usa dire per qualsiasi cosa in questi tempi altrettanto diffusi. Dice di aver comprato una casa con dieci letti perché la sua famiglia queer possa vivere insieme, e sempre che lo voglia o lo vogliano tutti, mi permetto di aggiungere io. Per quanto atipica e non euclidea, la famiglia rimane famiglia, nell’amore e nei coltelli.

Michela Murgia non vuole provare a combattere il cancro, attraverso una terapia immunitaria vuole però provare ad allungare i tempi, a evitare la guerra contro il male a favore di un pensiero di vita, espresso con grande serenità, le va riconosciuto, anche come insegnamento, come sottolinea anche Paolo Crepet su “La Stampa”: «Noi siamo immersi in una cultura cattolica che ci dice che il dolore redime. A me è sempre sembrato un pensiero scabroso. La religione ha fatto della morte uno strumento di marketing. Almeno ai miei tempi, in tutti le classi stava esposto un condannato a morte. Mi sono sempre chiesto perché invece non si è scelto un bambinello sorridente. Anche nelle nostre agende, ogni giorno si ricorda un morto martoriato. Questa ossessione della morte come apice della vita rende più importante il modo in cui si muore che quello in cui si è vissuto».

Fermo restando che altrettanto legittimo è il pensiero opposto e bellicoso, quello che non vuole darla vinta al male e vuole provare a sconfiggerlo fino all’ultimo, tipo Fallaci, per le stesse ragioni d’amore e d’amore per la vita. Quanto sa essere contraddittorio e meravigliosamente coerente l’uomo di fronte al destino che tutti accomuna, prima o poi.

Altrove, nelle parole della Murgia, prevale il risentimento politico, la rivalsa di genere e a tutti i costi l’idea di abbattere le famiglie tradizionalmente intese, che “finiscono per vivere di tradimenti e di bugie. Che diventano il loro segreto, e la loro vergogna”. Lapidaria, senza possibile eccezione contemplabile.

A me pare che nell’intervista alla scrittrice sarda ci sia soprattutto molta confusione, inevitabile quando del mondo si vuole dare una lettura rigida, nonostante l’apparente liberismo.

Una famiglia, tanto per rimanere sul tema ultimo, è una e infinite cose, ma considerare banale e superata una famiglia tradizionale, così come la conosciamo e la viviamo, è quanto di più oscurantista si possa concepire. Non ci sarà mai superamento di questa impasse, finché i cosiddetti progressisti non ammetteranno le possibilità tutte, anziché sopprimere le posizioni che non sono le loro.

La Murgia lascia un pensiero solo apparentemente libero e accogliente, in realtà intransigente e per nulla dialettico e in questo senso le riconosco coerenza assoluta. La morte, l’ombra della morte che sopraggiunge non ha ammorbidito le sue idee e nemmeno pare averla aiutata a leggere il mondo come scenario di possibilità, di tutte le possibilità.

Qualunque cosa la aspetti, le invidio l’apparente serenità.

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