QUEL CHE RESTA DEL PIBE DE ORO

di TONY DAMASCELLI – L’ultima giocata di Diego è una danza triste e miserabile. Come è diventata la sua vita senza la luce dei gol fantastici.

Diego Armando Maradona si è concesso un ballo in una anonima casa argentina. Los Palmeras suonano e cantano Bombon Asesino, Diego porta ciabatte da pensionato su piedi che avevano incantato il mondo, trascina un corpo non più assassino ma ucciso da vizi e alcool e droga. Il filmato è diventato, secondo cattive abitudini, subito virale dalle Alpi alle Piramidi, nella feroce jungla dei social. Resta il dubbio che sia datato, non sia contemporaneo, e sul cadavere si sono immediatamente assembrati jene, condor e affini. La calunnia non è un venticello ma uno tsunami e il bersaglio è facile da centrare.

Nel dettaglio il video lo smaschera grasso, grosso, goffo, stanco, caracollante, incerto, Diego pare farfugliare, cinge Veronica Ojeda, sua ex fiamma tra mille altri falò notturni, la bionda lo assiste, è compassione, non amore.

Il ritmo lento della canzone non stimola il passo elegante, Diego procede ingobbendosi, fino al punto in cui volge le spalle alla telecamera che lo inquadra perfidamente, si abbassa i pantaloni e poi le mutande e mostra natiche flaccide e biancastre. Servirebbe la mano de Dios per oscurare quel fotogramma.

Diego pensa di giocare una delle sue sfide di sempre ma stavolta la sfida è miserabile. E’ il tramonto del re diventato ormai giullare, è lo smog sulla leggenda che vive soltanto nel ricordo di mille gol, calpestati da cronache umilianti. Sarebbe stato un grandioso maestro di football per i bambini di ogni parte del mondo. E’ un uomo abbandonato dalle folle e circondato da complici e parassiti. Il suo ballo è la milonga di Paolo Conte “…e mi avrai verde milonga, per tutta la mia stanchezza e la mia guittezza…”. Può essere un film antico. Resta una pagina da strappare.

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