QUEI “LACCI” DEL CINEMA SONO I NOSTRI

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – Tornare alle cose della vita è per me tornare, finalmente, in una sala cinematografica: il cinema ha affinità con la psicoanalisi. Tanto sullo schermo quanto sul lettino si raccontano vite.

“Lacci”, questo il titolo della pellicola appena vista, è lo straordinario film di Daniele Lucchetti, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, che prova a mettere in scena la complessità dei legami.

Le vite dei personaggi, come i lacci delle scarpe, si annodano fra loro, sapientemente dirette e magistralmente interpretate, mettendo in luce una profonda verità sulle relazioni: il “disagio” cui esse ci obbligano.

Una famiglia qualunque si sfalda e poi si ricompone, passa attraverso la ferita di un tradimento, il dolore di una moglie il cui uomo si innamora di una donna più giovane, e poi due bambini, spettatori passivi di un disastro amoroso da cui usciranno, più o meno, illesi. Più, o meno?

Il film costringe a una riflessione, ci obbliga a domandarci che effetto abbia, sui figli, tenersi forzatamente allacciati in un matrimonio sfaldato.

Il laccio più intenso sembrerebbe infatti essere la rabbia che circola come un fiume sotterraneo, la rabbia trattenuta di un uomo che non ha mai saputo arrabbiarsi davvero e che non sa scegliere fra l’amore per un’altra e il legame con la famiglia, fondato su un patto simbolico. Un patto di presenza e di durata.

La rabbia di una moglie che domanda: perché me lo stai dicendo? Si confessa un tradimento? Perché si confessa? Per essere perdonati? Giustificati? Per liberarsi dal peso di una colpa che è sempre soggettiva e che non può, dunque, in alcun modo, essere delegata all’altro?

La rabbia dei figli, infine, che rivendicano la verità e denunciano il mancato coraggio dei genitori di andare fino in fondo al proprio desiderio. Desiderio di andarsene ciascuno per la sua strada. Desiderio di solitudine, di slegame. Desiderio in aperto contrasto col patto.

Credo che questa parola, lacci, sia una metafora calzante del modo in cui le persone si annodano in un legame. Un modo sempre singolare e a volte persino un po’ strambo.

Certi lacci sembrano tenere, altri stringono troppo forte, altri si sciolgono. Certi sono catene soffocanti, manette, gabbie. Luoghi in cui si resta per senso del dovere, responsabilità che diventa rinuncia di sé.

Non posso fare a meno di pensare che alcuni lacci resistano proprio perché annodati in modo bizzarro.

Penso che l’amore non sia l’unico legame possibile, e che alcuni rancori e certi sensi di colpa producano una saldatura persino, paradossalmente, più potente.

Penso infine che il sacrificio, quello che i due protagonisti si rinfacciano in un pericoloso e doloroso rimbalzo, sia un vero fraintendimento del legame d’amore, e che questo film mostri, nella sua trattazione senza sconti, a volte tagliente, altre amaramente ironica, che esso non è, quasi mai, una buona idea.

Per fare funzionare un rapporto bisogna parlare pochissimo, l’indispensabile, tacere molto, questo sì, dice Aldo a Vanda. In parte credo che quest’uomo, ormai stanco, abbia ragione. Dirsi tutto non è possibile. Nemmeno auspicabile a volte.

E’ tuttavia altrettanto vero che quel che non si dice all’interno di un rapporto, spesso fà un baccano tremendo, creando solchi profondi, crepe non rimarginabili e riavvicinamenti talvolta impossibili.

Così come è vero che i non detti tornano nelle infelicità e nei sintomi. I propri e quelli dei figli.

Accade allora che si provi a dire certe verità col cinema, dove lo spettatore ha come l’impressione benefica che i personaggi parlino di lui e per lui. Oppure si domanda un’analisi, che come Lacan amava ricordare, alla fine non è altro che un bien dire. Un dire bene.

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