QUANT’E’ DURA LA VITA DEI SOVRANISTI

di MARIO SCHIANI – E pensare che era così semplice e soddisfacente fare i sovranisti. Bastava prendersela con qualsiasi ente fosse appena un poco più largo di un consiglio comunale, stigmatizzare qualunque bandiera non fosse la propria (e la propria bandiera si poteva sceglierla a seconda delle circostanze) e lasciar balenare volontà manipolatorie di origine oscura quanto forestiera: i Poteri Forti, la Finanza, i banchieri e tutto quanto, con una strizzatina d’occhio, faccia pensare agli ebrei.

Ora però è diventato più difficile. L’Europa, infatti, ha messo in campo i numeri e con quelli diventa più impegnativo alludere, dubitare, rimestare nel torbido. Il Recovery Fund della Commissione europea, istituito per riparare ai danni economici causati dal Coronavirus (quelli umani non c’è Stato, Ente o taumaturgo che possa lenirli), parla di qualcosa come 750 miliardi tra aiuti (500 miliardi) e prestiti (250). All’Italia arriva la fetta più grossa: 172,7 miliardi di cui 82 a fondo perduto e 91 in prestiti. Se non altro, queste cifre smentiscono la tesi che “L’Europa non esiste” o che, se esiste, “pensa soltanto alla Francia e alla Germania”.

Gli anti-europeisti in servizio permanente effettivo torneranno presto a farsi sentire, non ne dubitiamo. Ma intanto hanno dovuto fare un passo indietro e riorganizzare le idee. Potremmo a questo punto dar loro una mano. L’impegno del Recovery Fund, e delle altre misure messe in campo a sostegno dell’economia continentale, non è tanto una vittoria dell’Unione europea così com’è, quanto una (ri)affermazione della necessità di un’Europa coesa: in quale forma, si può sempre discutere.

In altre parole, i Paesi europei hanno più interesse a cooperare che ad alzare barriere tra loro. Solo intensificando la collaborazione possono infatti pensare di risollevarsi da batoste come quella appena subita e solo contando sul reciproco sostegno sarà per loro possibile sostenere sfide come la pressione migratoria, sia dovuta alle guerre sia alimentata dalle diseguaglianze sociali ed economiche.

Un’unione di interessi non equivale certamente a un’indigesta marmellata di culture, a una forzata compenetrazione di sensibilità e visioni del mondo a volte davvero molto lontane: significa invece riconoscere che riuniti intorno a un tavolo – anche di una trattoria, volendo – si possono trovare soluzioni sorprendentemente semplici a problemi all’apparenza complessi. Le ritirate, le fughe e le rivendicazioni di identità spesso di comodo, invece, risolvono ben poco.

I sovranisti, oggi, si ritrovano a dover dar ragione a Olanda e Svezia, che sugli aiuti recalcitrano. Sostenere fino in fondo e con coerenza le autonomie nazionali significa di fatto negarsi quegli aiuti la cui necessità appare evidente.

C’è sempre la possibilità di cercare amici altrove, questo è vero. Magari guardando alla Russia, che ci ha mandato i dottori quando il virus impazzava, o alla Cina, che ha spedito scatoloni di mascherine con impresso uno slogan commovente. Peccato che questi due giganti abbiano i loro interessi a cui guardare e la generosità così rapidamente espressa, e che tanto ha toccato noi italiani, contenga un evidente messaggio distruttivo: scegliete noi invece di scegliere voi stessi. Scegliete la Russia, con il suo secolare interesse a confrontarsi con un’Europa divisa, quell’Europa che preme al suo fianco dolente, quello occidentale, dal quale ha sempre avvertito, a torto o a ragione, montare il pericolo, oppure la Cina, all’inseguimento di una posizione dominante nel mondo, ovvero di un riconoscimento politico ed economico di potenza globale, per raggiungere il quale, però, non è disposta a concedere nulla sui quei principi fondamentali che, tra mille inciampi, l’Occidente cerca invece di tener vivi: basti guardare a quel che il governo cinese sta commettendo in questi giorni a Hong Kong.

Da laggiù, una città che si è fatta occidentale mantenendo e tutelando i tratti culturali locali e che ha tramutato un gravissimo peccato europeo – il colonialismo – in un’occasione di riscatto e prosperità, arriva un messaggio preciso: “Oggi a noi, domani a voi”. Ma noi, niente. A noi fa paura Bruxelles…

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