QUANT’E’ CIVILE LASCIAR MORIRE I DISABILI COVID

di JOHNNY RONCALLI – La Royal Mencap Society denuncia la direttiva che in Gran Bretagna impone di non rianimare i disabili intellettivi malati di Covid. Una bufera nel Regno Unito, non da oggi, ma che riemerge inevitabilmente, alla luce di nuove evidenze.

Alle unità di cura sarebbe stato impartito l’ordine “do not resuscitate”, non rianimate i disabili intellettivi. In generale, le persone con disabilità intellettiva avrebbero dovuto affrontare anche discriminazioni relative all’accesso e alla presa in carico, in caso di infezione da Covid 19.

Si fa fatica a commentare. Già i disabili intellettivi hanno una vita media di venti anni inferiori alla media. Prendendo in considerazione i decessi nell’ultimo anno, la percentuale dovuta al Covid è del 39%. Tra disabili intellettivi sale al 65%. Fragilità mentale e fisica, certo, come se la mente non facesse parte del corpo peraltro, ma mi piace riportare anche la considerazione di Carlo Bellieni apparsa su “Avvenire”: “Il rischio di decesso per le persone con disabilità intellettiva era legato tra l’altro al fatto che medici e infermieri parevano divenuti meno capaci di interpretare segni e sintomi delle persone che non sanno esprimersi correttamente con le parole o che hanno comportamenti apparentemente irrazionali o inspiegabili, tanto da sottovalutare, trascurare o mal interpretare sintomi che in una persona “normale” avrebbero portato a una pronta diagnosi.“

Insomma, fa sorridere amaro, così amaro, la locuzione “non rianimare”, riferita a persone che paiono non essere mai nate. Buone solo per i buonismi d’occasione, di fatto inutili. Spesso non lavorano, non è facile entrare in relazione con loro, apparentemente, ma soprattutto non contribuiscono al PIL.

Non solo non portano ricchezza, ma costano, costa dedicare loro attenzione, costa soldi anziché produrne, e in sovrappiù rubano tempo alla movida.

Siamo pieni di culle della civiltà, greca, latina, orientale, anglosassone, ognuno aggiunga quella che preferisce, ma, a distanza di secoli e millenni, la disabilità mentale e la disabilità in generale rimangono una gran seccatura. Che i disabili venissero catapultati giù dalle rupi, che venissero nascosti nei fienili o che si impediscano le rianimazioni in tempo di Covid, questa è la nuda verità. Eterna.

Nascere brutti, sporchi e ritardati non è mai stato un affare. E scrivo ritardati con sofferenza e cognizione allo stesso tempo, perché in qualsiasi epoca paiono sempre in ritardo, giunti fuori tempo, e se qualcuno si fosse illuso di una presa di coscienza nell’era a noi contemporanea, ecco servita l’illuminata soluzione partorita in terra d’Albione.

Niente, troppo fragili, troppo deboli, troppo inutili. Troppo ritardati.

Grandi civiltà, non c’è dubbio.

Un quesito tuttavia me lo voglio concedere: cosa li rende meno degni di attenzione e cura, cosa li rende più disabili intellettivi rispetto al manipolo di geni che ogni anno decide di chiudersi in una casa con sconosciuti, farsi riprendere dalle telecamere e mostrarsi al mondo 24 ore su 24?

Ad esempio.

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