QUANDO GLI SVIZZERI SIAMO NOI

di MARIO SCHIANI – A prima vista, e anche a seconda, sembra il mondo all’incontrario. Gli svizzeri alzano bandiera bianca sui treni (i treni!) e per giunta a causa dell’Italia che, sul Covid, con il nuovo Dpcm pretende controlli più severi. Qui c’è da trasecolare, e se vi viene qualche verbo più forte usatelo pure.

La notizia è che la Svizzera ha deciso di fermare i treni al confine: fino a nuovo ordine non entrerà in Italia neanche mezza locomotiva. La ragione è dovuta “alle misure anti-contagio più dure introdotte (dal Governo italiano, ndr) nonché al drastico calo di passeggeri”. Capite l’enormità? Gli italiani sono troppo severi e rigorosi, noi svizzeri ci fermiamo qui. Quale sarà la prossima che ci toccherà sentire? Il governo federale aprirà da noi un conto bancario?

L’arresto riguarda per ora 16 EuroCity al giorno più tutte le corse dei Tilo, i convogli regionali Ticino-Lombardia frutto di una joint venture Ferrovie Federali-Trenitalia avviata nel 2004. Fino a ieri in questa collaborazione ognuno faceva la sua parte, secondo natura e stereotipo: gli svizzeri presentavano il treno più o meno in orario al confine e da noi si accumulavano i ritardi. Oggi – inconcepibile – gli svizzeri dichiarano che lo stesso treno non può nemmeno compiere tutto il tragitto previsto.

Problema: su questi convogli salgono qualcosa come cinquemila frontalieri italiani al giorno. Ecco perché il “divertimento” di vedere la Svizzera arretrare davanti alla severità italiana è durato poco: se quei cinquemila non possono andare a lavorare non possono neanche portare a casa lo stipendio. Come si fa?

E fu così che la questione svizzera diventò una polemica tutta italiana. La Regione Lombardia ora accusa il Governo di aver preso misure senza valutare bene le conseguenze (non che la Regione stessa se ne sia accorta prima che gli svizzeri prendessero la loro drastica decisione), mentre il governo può sempre replicare con i numeri del contagio e la necessità, al momento, di essere rigorosi.

Il Comasco, una delle aree più interessate al frontalierato, presenta da tempo dati relativi a positività e a mortalità parecchio preoccupanti; dal canto suo la Svizzera è alle prese con una “seconda ondata” dalle conseguenze pesanti e ha già annunciato che dal 12 dicembre seguirà l’Italia nell’introduzione di regole più restrittive: chiusura anticipata di negozi e ristoranti e “incontri privati” al massimo di cinque persone provenienti al più da due nuclei familiari. A Natale e Capodanno i commensali potranno salire a dieci. Resta da vedere che cosa si deciderà per il turismo invernale: le recenti foto degli assembramenti di allegri sciatori a Verbier hanno sollevato polemiche in tutta Europa

Soprattutto, adesso, quelle immagini non piaceranno ai cinquemila frontalieri in difficoltà ad attraversare il confine. Un allarme per l’Italia ma anche per gli svizzeri che, nonostante le resistenze più o meno xenofobe della Lega dei Ticinesi, della forza-lavoro italiana hanno bisogno. Per questa ragione non è escluso che si arrangi una soluzione su misura: già è annunciata l’apertura di un “tavolo” italo-svizzero alla ricerca di un accettabile compromesso.

Resta da osservare che, con tutto rispetto per le autorità centrali, le autonomie locali, gli accordi transfrontalieri, i patti bilaterali e le roboanti dichiarazioni di principio, il diffondersi del Coronavirus continua a mettere a nudo la necessità di una maggiore cooperazione internazionale, al di là degli interessi di parte, dei legittimi sentimenti nazionali e, soprattutto, dei calcoli politico-elettorali. Solo così su Covid e su altre emergenze riusciremo a essere puntuali. Una volta si sarebbe aggiunto “come un treno svizzero”, oggi anche questo luogo comune finisce in quarantena.

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