QUANDO CONOBBI IL MARADONA SCONFITTO

di CRISTIANO GATTI – Si stanno già affrettando ovunque a riconoscergli l’immortalità del mito unico e inarrivabile, accompagnandolo nell’Aldilà con il titolo indiscusso del migliore di tutti e di sempre. Su questo, ognuno può mantenere le proprie opinioni, in base al proprio senso estetico, senza per questo sentirsi in colpa davanti a un morto, senza per questo sminuire Maradona. C’è chi giustamente si tiene stretto Pelè, l’odiato Pelè, odiato da Maradona, che per tutta la vita – anche ultimamente – l’ha sempre irriso come inesorabilmente secondo. Io, nel mio piccolo, continuo a tenermi stretto Cruijff, il più grande per me, con le mie motivazioni sindacabilissime, basate però sul fatto indiscutibile che l’olandese sapeva fare tutto, ma proprio tutto, correre, lottare, dribblare, tirare, saltare di testa. Non una foca, non un giocoliere, ma un campione totale. Come il suo calcio.

Sarà comunque bello, da qui in avanti, continuare queste battaglie partigiane e umorali, con Maradona a incombere legittimamente come inscindibile termine di paragone e di confronti. Il problema è che da domani, esauriti gli attimi in cui tutti i morti sono santi ed eroi, di lui bisognerà parlare con due idee e due linguaggi: quello esclusivamente sportivo, riferito al fenomeno, dove bisogna restare fissi sul superlativo, e quello più genericamente umano, riferito al personaggio nel suo complesso, in cui bisogna balbettare, abbassare la voce, fingere di dimenticare, comunque in qualche modo smussare.

Maradona non c’è più, riposi in pace una volta per tutte, lui che di pace ne ha conosciuta poca: ma nessuno potrà mai riuscire in alcun modo a parlare di lui senza prima distinguere e specificare, tra due figure e due mondi, parliamo di Maradona campione o di Maradona uomo, parliamo del suo talento benedetto o dei suo sconfinamenti dannati?

Qualcuno adesso giudicherà meglio degli uomini, tirando le ultime somme. E fine delle discussioni. Chi resta, vicinissimo o lontanissimo al mondo di Maradona, continuerà a ricordare e a coltivare il suo Maradona. La sua idea di Maradona. Per Napoli, la Napoli popolana e la Napoli aristocratica, sarà sempre una seconda fede, seconda solo a quella per San Gennaro. Per tutti gli altri, comunque un’estetica sopraffina.

Ne ho uno persino io, di Maradona. Uno particolare e poco conosciuto. E’ il Maradona che in una notte d’estate del 1990, una di quelle notti che noi avevamo immaginato magiche, si ritrovò solo con la sua famiglia, allora non ancora esplosa in tanti frantumi, nella sala d’aspetto di Fiumicino, aspettando l’areo per tornare in Argentina. C’era lui, c’era il suo clan, c’eravamo noi tre o quattro giornalisti italiani a pietire qualche ultima sua parola prima del decollo. Perchè non era una notte qualunque: poche ore prima, all’Olimpico di Roma, Maradona aveva subito una delle umiliazioni più cocenti, perdendo la finale del Mondiale contro la Germania, ma più ancora finendo subissato di fischi già durante l’inno del suo Paese, ancora prima di cominciare. Il pubblico italiano, il pubblico del calcio, secondo eleganza e rispetto stereotipati, si vendicava così dello sgarbo che Maradona ci aveva inflitto qualche sera prima a Napoli, in semifinale, eliminando gli azzurri. Proprio a Napoli.

Nel silenzio notturno dell’aeroporto, accanto a sua moglie e alle sue bambine, Maradona rivelò un lato di sè per noi insospettato: fu fragile, commosso, tristissimo. Disse soltanto che nessuno dovrebbe mai fischiare un inno nazionale, per nessun motivo. Aggiunse con quel suo gusto istintivo per l’enfasi dell’orgoglio e del patriottismo che quei fischi di Roma non se li sarebbe scordati mai, considerandoli un’offesa suprema. Lui, uomo pieno di macchie, a livello morale non poteva sopportare una simile mancanza di rispetto. Le sue leggi non scritte, che rispettava più di quelle scritte, escludevano in modo categorico l’oltraggio alla bandiera e all’avversario. L’avversario si batte, non si umilia.

A modo suo – roboante, sopra le righe, esagerato – teneva però la voce bassissima. Una mezza voce. La tristezza prevaleva sulla rabbia. Finì per isolarsi tra i suoi affetti, scusandosi però con noi giornalisti, dicendo che comprendeva come noi fossimo lì, nel cuore della notte, per fare il nostro lavoro. Però proprio non ce la faceva. Aveva un groppo in gola. Ci chiese di capire il momento, ci salutò con un improvviso affetto, come cameratesco. E si prese in braccio una figlia, baciandosela, rifugiandosi in un istantaneo altrove dell’anima.

Dei tanti Maradona che avevo conosciuto, eccessivo in quasi tutto, a me quello sembrò il miglior Maradona di sempre. Un Maradona che aveva perso.

Un pensiero su “QUANDO CONOBBI IL MARADONA SCONFITTO

  1. Johnny Roncalli dice:

    Per me sarà sempre il piede di Dio, e non la mano, come una sua ‘sporca’ impresa inevitabilmente lo ha etichettato.
    Una cosa abbiamo sempre saputo di Maradona, che era mortale, che sarebbe morto, a differenza di quanto abitualmente accade agli dei. Ed è una evidenza che mai è stata intaccata dal dubbio, l’extraterrestre era terribilmente terrestre senza palla al piede.
    Non si potrà dire che ci mancherà, le sue giocate ci mancherannno, come ci sono mancate nell’ultimo quarto di secolo.
    Un uomo, pronto a cadere ogni volta che se ne è presentata l’occasione. Il ricordo di Cristiano Gatti restituisce l’uomo vero, quello che in verità tutti i suoi ex compagni di squadra, nessuno escluso, sostengono di aver conosciuto.
    Tutti il resto è una colossale buccia di banana, lunga tutta una vita.

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