PROMEMORIA: IL PROFUGO UCRAINO NON E’ DIVERSO DA QUELLO AFRICANO O SIRIANO

La guerra fa esplodere il dramma dei migranti, oltre a tutto il resto. Assistiamo a qualcosa che abbiamo imparato a conoscere molto bene negli ultimi anni: masse di gente che scappa per salvarsi la vita, cercando disperatamente un futuro migliore. Lunghe file di persone in fuga molto spesso senza una meta, storie strazianti di abbandoni documentate da giornalisti in prima linea, aiuti umanitari spontanei ai confini e non solo, solidarietà mondiale all’acme. Potessimo indirizzare tutta questa energia per pacificare la situazione, potremmo rischiare di riuscirci.

Non posso non fare un paragone con la migrazione a cui noi italiani siamo abituati e trovare le differenze che mi fanno riflettere. Intanto chi arriva nel Belpaese lo fa soprattutto attraverso il Mediterraneo sui barconi e non a piedi, rischiando la vita già nel tentativo d’approdo. Scappano da guerre lontane dall’occidente, dimenticate dai grandi media, o soltanto perché non ha di che vivere. Non c’è magari nessuno che li bombarda come in Ucraina, ma di certo patiscono la stessa emergenza umanitaria. Se osserviamo questi fenomeni mondiali con lucidità, stiamo parlando della stessa materia, dello stesso genere umano sofferente, della stessa necessità d’accoglienza: impossibile ignorarli e rispondere con gli steccati, la migrazione verso paesi che possono offrire democrazia, libertà e opportunità è crescente e ineluttabile. Bisogna saperla affrontare e cercare di risolvere i disequilibri economici e sociali planetari. Invece, ho l’impressione che ci siamo assuefatti agli sbarchi, siamo più inclini a trovare i distinguo che a vergognarci di vedere morire in continuazione gente annegata nel mare. Un ucraino vale come un siriano, un europeo bianco vale come un africano o asiatico di colore: evitiamo di usare due pesi e due misure.

Certo che ci sono paesi più direttamente colpiti di altri, certo che ci sono infiltrazioni criminali esecrabili che ci lucrano, certo che la politica sfrutta questi flussi per i propri interessi, certo le situazioni non sono esattamente paragonabili, certo che blablabla. Ma il vero punto è capire le origini di tutto ciò e avere il coraggio di prendere iniziative che non potranno mai più essere solo locali ma che per avere successo dovranno essere coordinate con altri paesi-continenti. Si tratta di metterlo nell’agenda governativa come priorità fondamentale, bisogna lavorare con una visione a lungo termine ed essere disposti a rinunciare a tornaconti regionali a fronte di grandi miglioramenti globali, cercando alleanze e sintonie.

Ci vuole un’unità d’intenti fondata su valori etici e morali davvero condivisi. Mi piacerebbe vedere i leader impegnarsi nei vari summit nel tentativo di elaborare visioni e programmi che affrontino le grandi sfide a viso aperto (do per scontato quella in atto per l’ambiente), parlo appunto di temi come gli esodi biblici e una redistribuzione migliore delle risorse. Forse l’Europa si è svegliata dal suo torpore dovuto all’overdose di burocrazia, ci sono segnali che qualcosa può cambiare. E’ il momento di approfittare di questo scatto d’orgoglio, ci vorrebbe ancora più coraggio nel prendere posizioni e guidare con ispirazione un nuovo corso verso un reale Umanesimo. Che questa orribile invasione possa servire a cementare una reazione alta, unitaria, coraggiosa, anche muscolare, aiutandoci a riconsiderare tutti i conflitti e le lacerazioni mondiali allo stesso modo e con uguale priorità.

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