PROFETI ARROSTO, ANCHE OGGI

di FABIO GATTI – Ci siamo distratti un attimo e non ci riconosciamo più. Fino a poco tempo fa pensavamo di vivere in un mondo mediamente sicuro e tranquillo, non il migliore dei mondi possibili, ma uno dei migliori che si siano visti finora, e ora ci stiamo a poco a poco accorgendo che qualcosa si è inceppato, che il nostro mondo torna a essere in equilibrio a dir poco precario: come se già non bastassero i conflitti disastrosi da cui siamo circondati anche a poca distanza, le ingestibili ondate migratorie, la crisi del nostro sistema economico e politico, il declino delle certezze, il disorientamento sociale e culturale. Sembriamo – piccoli e grandi della Terra – totalmente impreparati di fronte a fenomeni che la stragrande maggioranza di noi non prevedeva e non pensava sarebbero stati al centro dell’agenda mondiale.

La memoria è però impietosa, e in questi giorni ci ricorda che il libro stabilmente in cima alle classifiche dei libri venduti – Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adeplhi) – è un’opera dell’americano David Quammen uscita otto anni fa, in cui l’autore profetizzava la diffusione globale di un’epidemia originata in una città cinese da un animale venuto a contatto con l’uomo.

Ma la memoria ci ricorda anche, più prosaicamente, che alle prime avvisaglie del Covid-19 in Cina e poi in Italia non erano mancate voci, competenti ma isolate – o isolate proprio perché competenti –, che esortavano alla prudenza degli amministratori e degli amministrati, mettevano in guardia dalle assurde minimizzazioni, esortavano a prepararsi a quella che sarebbe presto diventata una devastante sciagura.

In questo come in altri momenti, non sono mai mancate figure che in tempi non sospetti avevano provato ad avvertire sui rischi che il mondo stava correndo, delineando scenari futuri ai quali pochi credevano, ma che poi, puntualmente, si sono realizzati. Voci fuori dal coro, capaci di alzare lo sguardo per vedere lontano, sono i profeti del nostro tempo: inascoltati come tutti i profeti, a cominciare da quelli biblici, privi di riconoscimenti, soprattutto in patria, hanno avuto il coraggio di sfidare i tempi e le opinioni correnti in nome di un ideale superiore, la verità, datore di lavoro che raramente garantisce successo e fortuna, più spesso fastidi e risentimenti.

Il profeta è per natura scomodo: se dicesse ciò che dicono tutti, saremmo tutti profeti, ma è una contraddizione in termini, perché profeta è “colui che parla prima” degli altri. Per essere tale, deve essere anche un po’ Prometeo, cioè “colui che capisce prima”, che vede prima dell’ottuso Epi-meteo e gioca d’anticipo sugli eventi. A suo agio come solista, molto meno come corista, viene marginalizzato dal pubblico dibattito e tacciato di scetticismo, pessimismo, disfattismo.

Il profeta non è Cassandra, ma non si vergogna all’occorrenza di esserlo: non si fa scrupoli né pudori a dir ciò che pensa, purché lo pensi davvero, e non sia dettato da secondi o terzi fini. La sua voce rimane puntualmente inascoltata, anche perché il profeta “grida nel deserto”, è ostracizzato dai circoli che contano e al massimo trova solidarietà in qualche animo affine.

L’unico successo a cui può anelare è una rivalutazione post mortem, figurata o reale: quando non c’è fisicamente più, o è ormai ridotto al silenzio e non può più dar fastidio, o quando la realtà si è imposta da sé dandogli ragione, ecco che qualcuno, magari della stessa cerchia dei suoi aguzzini, è costretto a riconoscere la bontà di quanto il profeta predicava e subito sa opportunisticamente camuffarsi come un suo fedele discepolo.

In questo come in altri tempi, il destino del profeta è sempre lo stesso. Gli esempi si sprecano, e non solo strettamente legati all’epidemia. Dall’era biblica al postmoderno, poco è cambiato: l’uomo preferisce parole rassicuranti, anche se false, a parole sgradevoli ma vere.

Il profeta, però, non si perde d’animo: come l’Abacuc di Donatello, ha il corpo emaciato e consunto, gli occhi incavati e il volto contratto, eppure non si stanca di gridare le sue profezie. Con una forza interiore degna di un essere sovrumano, ostinato si aggira in cerca di un uditorio che sappia apprezzare la sua lungimiranza. A volte lo trova, più spesso s’imbatte in qualcuno che, come fa Donatello con la sua scultura, lo deride dicendo: “Favella, favella, che ti venga il cacasangue”. Ma nemmeno la peggiore cattiveria potrà fermarlo.

“L’umanità non riconosce i suoi profeti, e li massacra; ma gli uomini amano i propri martiri, e venerano coloro che hanno torturato”

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

 

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