POVERA LIBERTA’

di MARIO SCHIANI – “E’ salito ad almeno 114 il numero dei civili uccisi in Birmania nella repressione delle manifestazioni contro il colpo di Stato del mese scorso” scrive un’Ansa. “Tra essi – aggiunge – anche un bambino di 5 anni”. Ferito, invece, un altro bambino, di un anno appena: colpito da un proiettile di gomma, ha perso un occhio.

Regolari conteggi di un mondo che ancora si ostina a lottare per la libertà. Forse bisognerebbe informarli della novità: noi che ce l’abbiamo, la libertà, sappiamo bene come essa sia un bene secondario. La teniamo nella vetrina del salotto insieme all’enciclopedia e al liquore di prugne: a nessuno viene in mente di farne veramente uso. Vien buona, questo sì, per protestare: sosteniamo che è stata violata, che ci è stata sottratta, quando per ragioni sanitarie ci vietano di andare a spasso o di affollarci per l’aperitivo. Quella, secondo noi, sarebbe una privazione della libertà.

Se cosi stanno le cose, i 114 morti in Birmania, o Myanmar secondo la moderna definizione, allora che cosa sono? Viene il sospetto che, davanti al sangue versato, tocchi proprio a noi rivedere i termini di questa parola che, peraltro, abbiamo voluto scrivere nelle carte costituzionali, ricamare sulle bandiere e gridare, in punto di morte, di fronte ai plotoni di esecuzione. Oggi la tiriamo fuori causa sottrazione di spritz: forse qualche domanda dovremmo farcela.

Intendiamoci: la libertà, quella vera, resta un bene prezioso, quanto e più dell’ossigeno. Ecco perché in Birmania muoiono per riaverla, a Hong Kong si fanno sbattere in gattabuia, in Russia rischiano gli avvelenamenti e, nel corso della storia, tanti si sono immolati a suo nome.

Ma la libertà, così preziosa, è una cosa che passa in secondo piano davanti agli interessi dei potenti. E in Birmania di interessi in gioco ce ne sono parecchi. Tutto incomincia il primo febbraio scorso, quando l’esercito, comandato dal generale Min Aung Hlaing, prende il potere con un colpo di mano, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto riunirsi il nuovo parlamento uscito dalle elezioni di novembre, nettamente vinte dalla Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, la donna simbolo della resistenza birmana alla dittatura.

Molti sospettano che dietro alla manovra ci sia la Cina, ma Pechino nega: “Sapevamo dei dissidi interni dovuti a sospetti circa la regolarità delle elezioni, ma non eravamo a conoscenza di progetti di golpe”. Resta il fatto che la Cina ha grandi piani per la Birmania, e soprattutto per se stessa. Da tempo va allestendo infatti il cosiddetto corridoio sino-birmano, un sistema di trasporti e infrastrutture portuali che consentirebbe alle merci cinesi destinate all’Occidente di raggiungere il golfo del Bengala tagliando fuori il passaggio navale dal golfo di Malacca, nel Sud-Est asiatico, un’area oggi ampiamente sotto l’influenza americana. Ecco perché, informata o no, la Cina si guarda bene dal contestare il golpe e, anzi, ha ostacolato ogni iniziativa dell’Onu tesa a condannarlo. Se, come ha promesso, il generale porterà “stabilità” nel Paese, la Cina ha solo da guadagnarci. Peccato solo per quegli straccioni disposti a crepare per la libertà.

Anche la Russia di Putin, nel frattempo, ha teso la mano al generale, considerandolo un “alleato affidabile”. E soprattutto utile: a sottrarre un altro Paese all’influenza occidentale. Ed eccoci a noi, l’Occidente appunto: che cosa facciamo per aiutare la Birmania? Un bel tweet, tanto per incominciare, come quello lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Condanno fermamente le violenze perpetrate contro il popolo del Myanmar. Le atrocità devono finire adesso”. I singoli stati membri dell’Unione, per adesso, brillano per il loro modesto silenzio, mentre si attende la posizione che vorrà assumere l’America guidata dall’amministrazione Biden.

Un Paese piccolo, la Birmania, ma al centro di un’enorme partita a scacchi in cui alcune pedine, i pezzi più piccoli, continuano a gridare “libertà”. Speriamo che qualcuno le ascolti, perché la loro battaglia riguarda anche noi, che ci siamo dimenticati quanto la libertà sia difficile da trovare e facile da perdere. Nel qual caso, non basterà un mare di spritz per consolarci.

 

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