POVERA LIBERTA’ / 2

Alexei Navalny

di MARIO SCHIANI – “Il grado di civiltà di un paese si misura dallo stato delle sue carceri” diceva Voltaire. In base a questa regola, c’è da dubitare che l’Italia passerebbe il test. Ma a farle compagna tra i bocciati troverebbe quasi certamente la Russia, le cui galere, non da oggi, sono dure per non dire indecenti e, soprattutto, vantano la poco onorevole tradizione di ospitare prigionieri politici, ovvero oppositori del regime.

Tra questi, nuovo arrivo – si fa per dire – Alexei Navalny, politico dalle posizioni non di rado discutibili, ma non per questo meritevole di finire in galera solo per aver detto che Putin non gli piace. Invece, non solo è finito in cella, ma si è pure ammalato.

“Difficoltà respiratorie” ha fatto sapere il dissidente, aggiungendo che altri 15 detenuti sarebbero affetti da tubercolosi. L’Ansa riassume così la sua posizione: “Il leader dell’opposizione, 44 anni, in sciopero della fame come protesta, si trova in una colonia penale della regione di Vladimir dopo che in febbraio gli è stata inflitta una condanna a due anni e mezzo per violazione dei termini della libertà provvisoria, in quanto si era rifugiato a Berlino, dopo l’avvelenamento da Novichok, quando avrebbe dovuto presentarsi al giudice, in quanto stava ancora scontando una vecchia condanna del 2014 per alcuni presunti illeciti, che lui contesta – e la Corte europea dei diritti gli ha dato ragione – come un falso.” Ora, viste le sue condizioni, è stato trasferito in una struttura sanitaria, sempre dipendente dal carcere.

Con il dissidente in gattabuia, il presidente Putin ha pensato bene di rafforzare la sua posizione approvando l’emendamento costituzionale che gli consentirà di rimanere in carica, se rieletto, fino al 2036, quando avrà 84 anni. Visto che le elezioni per lui non sono un problema (lo sono semmai per i suoi avversari, che come visto finiscono in prigione) il gioco per il nuovo Zar dovrebbe essere fatto: la carica di presidente a vita è assicurata.

E a proposito di elezioni, va segnalato il gran lavoro che in materia sta facendo a Hong Kong la Repubblica Popolare cinese. Dopo aver riformato la legge elettorale locale in modo che possano presentarsi solo candidati “approvati” da Pechino, le autorità stanno ora dibattendo su un problema: come evitare che gli elettori si astengano in massa o scrivano sulla scheda l’equivalente in ideogrammi di “aridatece er puzzone”. Pare che una leggina ad hoc stia per arrivare.

In tutto questo viene da chiedersi perché questi governi si ostinino a mantenere in vita forme di democrazia palesemente caricaturali. Letale per i russi e per i cinesi, a noi questo giochetto vien buono a ricordarci che per quanto fragile, imperfetta ed esposta ai venti della stupidità e della manipolazione, la vera democrazia custodisce in sé quell’arbitro che con una parola un poco abusata potremmo definire libertà: libertà di votare, di non votare, di formare un partito e anche di scioglierlo. A noi tutto questo sembra la solita zuppa insopportabile: per molti è invece una pietanza per la quale sono disposti anche a morire.

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