PONTE MORANDI, IL CROLLO DEI MANAGER

di GHERARDO MAGRI – Il punto Atlantia-Autostrade è balzato ai primi posti dell’agenda bollente di Conte, che da parte sua non vuole avere più i Benetton neppure come soci di minoranza.

Diciamolo subito: la priorità è esplosa solo dall’urgenza di dover affidare a qualcuno la gestione del miracolo tutto italiano del rinato ponte Morandi, pronto per essere attraversato di nuovo. Nessuna buona pianificazione, quindi, ancora tanta emergenza e sempre di corsa.

Al momento, in attesa delle decisioni, può comunque essere utile e illuminante affrontare la penosa storia dal punto di vista strettamente manageriale, analizzando il comportamento dei vari top manager che si sono succeduti.

Partiamo da Giovanni Castellucci, l’uomo fidato della famiglia Benetton, in azienda da oltre diciotto anni.

Primo colossale errore, tanto da esser citato nei casi di scuola da evitare: il giorno del crollo, non si è fatto vedere. Ha lasciato da solo il premier e le autorità locali a commentare la tragedia. Lo ha fatto anche nei giorni successivi, fino a quando è stato letteralmente impossibile non presentarsi a una conferenza stampa affollata e avida di notizie.

Secondo vistoso errore, proprio ai microfoni dei giornalisti: non ammettere niente e parlare soprattutto degli effetti negativi che avrebbero avuto le critiche sul valore delle azioni, piuttosto che dare risalto al dolore dei parenti delle 43 vittime. Agghiacciante. Da suo (umile) collega mi sono dissociato anche dal punto di vista umano, non solo professionale. E sì che nei corsi manageriali della gestione delle crisi (e lui ne avrà fatti di sicuro), la prima cosa che insegnano è riconoscere la realtà e affrontarla, sia pur con i distinguo del caso.

Terzo errore: non si è dimesso subito. Sono dovuti passare altri quindici mesi prima che si facesse da parte, dopo che gravi irregolarità si sono verificate in altri tratti autostradali. Eclatante la decisione di riconoscerli 13,095 milioni di buonuscita in quattro comode rate, ovviamente oltre alle sue spettanze di fine rapporto. Con un briciolo di amor proprio o di calcolo, gliene hanno bloccate tre, ma non la prima di oltre tre milioni, erogata contestualmente al momento dell’accordo. Per completezza di informazione, nel 2018 – anno del crollo – l’amministratore delegato ha percepito tra compensi e bonus 8,77 milioni.

Giriamo pagina. Colpo di spugna della società. Vengono nominati nuovi AD, più giovani e di buon eloquio, con curriculum solidi: Carlo Bertazzo per Atlantia e Roberto Tomasi per Autostrade. Insomma, appaiono presentabili. La ricostruzione dell’immagine è impresa difficilissima, non bastano le presenze nei programmi che contano, con l’atteggiamento di chi sta lavorando seriamente per risistemare le cose. Ci vuole ben altro. I top manager si vedono alla prova dei fatti e qui annotiamo lo stesso incredibile errore della vecchia gestione: l’attendismo passivo, come se la polvere dei piloni caduti potesse scomparire d’incanto. Hanno aspettato troppo, nessun piano industriale degno di essere accettato da Conte, alle prese con le dilanianti posizioni della sua maggioranza e dell’opposizione. Hanno sottovalutato che in ballo c’è la madre di tutte le trattative: le concessione autostradali. E la negoziazione prolungata li mette solo ed esclusivamente in difficoltà. E’ un’altra inevitabile bocciatura. Solo un cambio di guardia, non di strategia.

La verità è una sola: certi manager sono soprattutto “uomini di fiducia” degli azionisti, in questo caso dinastie italiane abituate al successo (più passato che recente) e che sfruttano rendite di posizione invidiabili, da monopolio allo stato puro. Allora, l’indipendenza e la lucidità di pensiero di chi occupa posizioni di vertice vengono sacrificate in nome di gestioni morbide e allineate a oltranza. Non sollevare polvere è il modo migliore per durare a lungo in certe posizioni. Ma essere davvero manager è molto più complicato. E rischioso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *