PETROCELLI, BARRICARSI NEL NOME DI PUTIN

Il “compagno Petrov” resiste, asserragliato in Commissione Esteri al Senato. È a modo suo eroico, anche se in Parlamento le possibilità di rifocillarsi con tartine al caviale e bollicine sono un po’ più alte rispetto a quelle degli assediati nelle acciaierie Azov a Mariupol. Compagno Petrov. Lo chiamano così per il suo assoluto putinismo, ma all’anagrafe fa Vito Rosario Petrocelli, geologo di Taranto, miracolato dall’onda di piena grillina nel 2013, quindi da 9 anni in parlamento.

Già questo è un piccolo contrappasso per un ex militante nella sinistra extraparlamentare, prima in Autonomia operaia e poi nei famigerati Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), gentiluomini assurti a notorietà per avere scritto “Fontana assassino” sui muri di Milano e per avere insultato Enrico Letta durante il corteo del 25 Aprile.

La vera beffa del destino, il compagno Petrov la sta vivendo dal 24 febbraio: lui così filorusso da scrivere su Twitter “Festa della LiberaZione”, con la Zeta maiuscola per evocare quella sui carri armati invasori, è presidente della Commissione Esteri di un paese aderente alla Nato, con una politica internazionale lievemente diversa dalla sua.

“Come si permettono?”, sembra dire con lo sguardo perduto nel vuoto. Come si permettono il premier Mario Draghi, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e perfino il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, suo leader di partito, a stringere alleanze, adottare sanzioni, prendere iniziative così diverse dalle sue?

Il Petrocelli vive ore difficili dentro la Commissione vuota. Gli hanno chiesto tutti di dimettersi, di andare a diffondere il suo credo alla Duma a Mosca. Poiché lui si è rifiutato, se ne sono andati gli altri. Sedie vuote e scartoffie sul tavolo. Lo hanno lasciato lì a giocare da solo con la figurina di Putin; fino a quando non esce lui, i colleghi degli altri partiti non rientrano.

Eppure il compagno Petrov non cede: “Non me ne vado, farò ricorso alla Corte Costituzionale e sentirò il mio avvocato di fiducia”. Un ex rivoluzionario che si aggrappa alla toga dell’odiato Giuliano Amato (stava con Craxi) e ai codicilli legali fa già sorridere così. Se poi è un pentastellato della prima ora (Giuseppe Conte nel frattempo lo ha espulso dal movimento), la cosa diventa grottesca: entrato in Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, ha finito per rinchiudersi dentro a nuotare nell’olio.

La storia dell’ultimo giapponese in giacca e cravatta è singolare. Prima di definirsi orgogliosamente filorusso era filocinese, e per non irritare Pechino si è sempre dimostrato scettico riguardo al genocidio culturale degli uiguri. Fedele alla linea, allo scoppio della guerra in Ucraina è diventato ultrà filorusso, allontanandosi sempre più dalle posizioni del Parlamento e del partito. Non che questo, in democrazia, possa impedirgli di fare politica. Anzi il pluralismo delle opinioni sarebbe la prima garanzia liberale. Ma come presidente della Commissione Esteri si è messo all’angolo da solo. Ha votato contro la condanna dell’invasione da parte di Draghi; ha manifestato la contrarietà a inviare armi a Kiev; ha detto no all’aumento delle spese militari; ha disertato l’aula quando parlava Zelensky e ha invitato il Movimento 5Stelle a “staccare la spina all’esecutivo”.

Una serie di prese di posizione ufficiali che implicavano una automatica e legittima scelta di campo: dimettersi da questa Commissione volgarmente “guerrafondaia”. La sua.

Niente da fare, la poltrona non si lascia, la colla è resistente, il potere logora chi non ce l’ha. Siamo sempre lì, all’arcitaliano Giulio Andreotti. Siamo sempre lì, a osservare i paradossi e le assurdità che arrivano dal Palazzo e da quei “duri e puri” che dovevano ribaltarlo, cambiare le regole del gioco, sconfiggere il partitismo come la povertà. E invece si barricano per mantenere una targhetta sulla porta. Saremo pretenziosi, ma meritiamo di meglio.

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