PERSINO I CONCIMI CI STANNO METTENDO IN GINOCCHIO

Potremo continuare a mangiare senza utilizzare concimi di sintesi?

Il conflitto in corso tra Russia e Ucraina sta ponendo al centro del dibattito delle tematiche che fino a poco tempo fa erano relegate ai margini dell’agenda politica ed economica mondiale.

La catena di approvvigionamento di alimenti e mezzi tecnici di produzione, che in un mondo globalizzato veniva considerata scontata, sta purtroppo mostrando tutti i limiti di una costruzione artificiale e frettolosa, che non ha tenuto conto di potenziali mutamenti geopolitici come quelli che attualmente registriamo.

In questi giorni, per la prima volta in assoluto, agricoltori di tutto il mondo stanno facendo i conti con la carenza di fertilizzanti chimici e con la conseguente ricaduta sull’entità dei loro raccolti.

Un articolo apparso sulla versione on line della ‘’Denver Gazette’’ segnalava che in Brasile, il più grande produttore mondiale di semi di soia, una riduzione del 20% dell’uso di concimi potassici rischia di ridurre del 14% le rese finali. Lo stesso esito si teme per le coltivazioni di caffè in Costa Rica.

Secondo la società di consulenza MB Agro, in Africa occidentale il calo dell’utilizzo di fertilizzanti ridurrà di un terzo il raccolto di riso e mais di quest’anno.

Una situazione che rischia di diventare incandescente.

Per miliardi di persone, sparse in tutto il mondo, che non operano direttamente nel settore agricolo, la carenza globale di fertilizzanti a prezzi accessibili appare ancora adesso un problema distante.

Nella realtà questo problema toccherà direttamente ogni famiglia: anche con lo scenario più favorevole, l’impennata dei prezzi dei concimi di sintesi si tradurrà in una resa inferiore delle colture e in un conseguente aumento dei prezzi dei beni alimentari, compresi quelli della filiera lattiero casearia.

Ma perché i prezzi dei fertilizzanti stanno aumentando?

Prima il lockdown da Covid, poi l’impennata dei prezzi delle materie prime e infine la guerra in Ucraina. Si tratta di una miscela esplosiva che ha gettato lo scompiglio in un settore le cui dinamiche attualmente sono difficilmente controllabili e modificabili.

In un mondo estremamente interconnesso come il nostro, tutte queste cause esercitano un’influenza, sovrapponendosi e sommandosi.

Anche prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, si era registrato un aumento della domanda di fertilizzanti chimici in tutto il mondo, a causa dei prezzi stratosferici del gas, da cui dipende la filiera produttiva dei concimi.

Un altro aspetto di portata considerevole è legato alla crescita della domanda interna di fertilizzanti in alcuni importanti Paesi produttori di materie prime, tra cui Cina, Russia ed Egitto, che, anche prima dell’esplodere del conflitto in Ucraina, avevano ridotto i quantitativi di fertilizzanti esportati, creando, di conseguenza, una maggiore domanda su mercati internazionali.

Questo scenario ha complicato una situazione già poco rassicurante, si pensi che dalla Russia proviene circa il 30% dei fertilizzanti usati dall’Unione europea (dati Eurostat).

Questa preoccupante situazione impone l’utilizzo di contromisure che possano attutire gli effetti di questa crisi, ma di quali alternative disponiamo?

Le soluzioni tampone più rapide potrebbero essere rappresentate dal rilancio dell’utilizzo concimi organo-minerali (per i quali l’Italia non dipende dall’estero), dalla distribuzione di precisione dei concimi, che permette di risparmiare prodotto, e dall’innovazione tecnologica.

Certamente, nella sua complessità e difficoltà, la situazione sarebbe perfetta per imporre un deciso ed auspicabile cambio di rotta a favore dell’adozione di pratiche colturali sostenibili che non prevedono l’utilizzo di fertilizzanti di matrice chimica, come ad esempio l’agricoltura biologica.

Se ne gioverebbe certamente il pianeta, la qualità degli alimenti e la nostra salute.

Purtroppo i tentativi che sono stati effettuati in diverse parti del pianeta segnalano una grande difficoltà, soprattutto a livello temporale e strategico, per questo cambio radicale di modello agricolo.

Attualmente l’agricoltura biologica è praticata sull’1,5% del terreno agricolo coltivato, solo in 16 Paesi la percentuale supera il 10%.

Le esperienze di alcuni Paesi come Sri Lanka e Bhutan di modificare il sistema produttivo agricolo, seppur nella limitatezza della loro rilevanza dimensionale, dimostrano che la realtà è molto complessa.

Nel dicembre del 2019, il neoeletto presidente cingalese Gotabaya Rajapaksa ha presentato un’ambiziosa strategia nazionale dal titolo “Visioni di prosperità e splendore”, dove tra i punti fondanti era previsto l’impegno a “promuovere e diffondere l’agricoltura biologica” nel giro di un decennio.

L’idea era di convertire i villaggi agricoli al solo uso di concimi organici.

Nel 2021, ovvero a due anni dall’annuncio, il presidente Rajapaksa ha repentinamente dichiarato che la nazione avrebbe vietato immediatamente l’importazione di fertilizzanti chimici e sostanze agrochimiche, inclusi pesticidi ed erbicidi.

Anche se ufficialmente, la manovra era pensata per aumentare la sostenibilità del comparto agricolo cingalese, molti analisti sospettano che questa virata improvvisa sia occorsa per limitare l’impatto dovuto alla carenza di valute straniere per pagare le importazioni.

La decisione, annunciata proprio all’inizio della stagione di semina del riso, ha provocato violente reazioni tra la popolazione; migliaia di agricoltori si sono riversati nelle strade per manifestare, lamentandosi di non aver avuto tempo a sufficienza per prepararsi a questa svolta epocale

Questi tumulti hanno prodotto una rapida retromarcia del governo, costringendolo a tornare sui propri passi.

Il governo del Bhutan, da parte sua, nel 2008 ha dichiarato l’intenzione di convertirsi totalmente all’agricoltura biologica entro il 2020, ma alla data indicata solo il 10% delle sue colture e l’1% delle sue terre coltivabili sono state certificate come tali. La nuova scadenza è prevista per il 2035.

Questi piccoli, ma indicativi esempi, danno conto di una difficoltà notevole per operare un cambiamento di paradigma.

Passare da un tipo di agricoltura “convenzionale” ad un’agricoltura biologica, appare un processo auspicabile se non ineluttabile, ma necessita di una strategia ed una pianificazione che lo mettano al riparo da repentini capovolgimenti dettati dall’emergenza legata alla sicurezza alimentare dei popoli.

Pensare a lunga scadenza è la precondizione per poter approdare a un’agricoltura sostenibile: per il Pianeta e per la nostra salute.

Il cibo coltivato in maniera convenzionale è estremamente anti-economico perché dotato di costi esterni più elevati, come l’impatto ambientale, una voce di spesa che non appare sullo scontrino del supermercato, ma che viene pagato, salatamente. Da tutti noi.

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