PERCHE’ SIAMO TUTTI BIELORUSSI

di ARIO GERVASUTTI – Quiz estivo di attualità, buono per due chiacchiere sotto l’ombrellone: dove si trova la Bielorussia? Non è una domanda peregrina, tipo “con quali Paesi confina il Nepal”. Perché la Bielorussia è molto più vicina a noi di quanto si pensi, e perché quello che sta succedendo dalle parti di Minsk in questi giorni rischia di avere riflessi pesanti su tutta l’Europa.
In sintesi: il presidente Alexandr Lukashenko, al potere dal 1994, è di fatto l’ultimo dittatore comunista rimasto in sella nel Continente. Per conquistare il trono, nei giorni della dissoluzione dell’Unione Sovietica si legò mani e piedi (il cervello non era indispensabile) ai Servizi di Mosca garantendo fedeltà assoluta: non è un caso se è l’unico Paese al mondo dove i Servizi segreti si chiamano ancora KGB. Questo gli ha garantito un potere assoluto agendo su due fronti: gli apparati statali e gli agricoltori. I primi blanditi e sovvenzionati in cambio della fedeltà assoluta, i secondi agganciati con il compenso assicurato a prescindere dall’esito dei raccolti. Un comunismo pragmatico, senza particolari voli pindarici o aggiornamenti, sufficiente a controllare i quasi 10 milioni di abitanti, 2 dei quali nella capitale Minsk.

Tutto bene – si fa per dire – fino alle ultime elezioni presidenziali, quando ben tre concorrenti hanno pensato di presentarsi facendo finta di non aver capito che nelle intenzioni di Lukashenko dovevano essere le solite votazioni farsa, il solito plebiscito al 99%. Non è servito incarcerarli con le motivazioni più ridicole, far sparire i loro collaboratori nelle segrete del KGB, truccare le schede elettorali. I risultati ufficiali del “plebiscito” gli hanno assegnato “solo” un 80% di consensi, sbugiardati per la prima volta da immediate manifestazioni in piazza di bielorussi che denunciavano i brogli. E stavolta non sono bastate le solite retate di massa, con quasi 7mila persone imprigionate a suon di manganelli. La censura non è riuscita a far sparire la realtà come ai tempi dei cinegiornali in bianco e nero: oggi milioni di cellulari hanno ripreso e diffuso nel mondo quel che stava accadendo, costringendo il ras comunista a ordinare il rilascio dei contestatori nella speranza di placare gli animi.
Ma non è bastato. E quasi 2 milioni di persone hanno manifestato dopo ferragosto nel cuore di Minsk (tolti i minori e gli ultrasettantenni, 1 bielorusso su 3 era in piazza quel giorno: come se in Italia ci fosse una manifestazione di 12 milioni di persone radunate in un unico posto). Sono i numeri a dimostrare che le elezioni sono state una gigantesca farsa.
Perché i bielorussi si sono stancati di questo dittatore che crede di vivere ancora negli anni ’60 perfino nel modo di presentarsi, con quell’improponibile riporto dei capelli argentati e quei baffi da degustatore di vodka. Gli ha voltato le spalle non solo la solita minoranza intellettuale o informata, ma stavolta anche gran parte della struttura statale e del mondo operaio. Hanno fatto il giro del mondo le immagini del suo goffo tentativo di arringare le tute blu di un’azienda che produce autocarri, e la sua precipitosa fuga subissato dai fischi e dalle contestazioni. Ma da qui a dire che siamo di fronte al prossimo Ceausescu, dittatore comunista spazzato via dalla fame di libertà del suo popolo, ne manca di strada.
Perché la Russia di Putin ha subito avvertito che è pronta a fornire aiuto militare per reprimere “colpi di Stato e invasioni straniere”: che sarebbero, non ridete, opera dei paesi dell’Europa occidentale. La quale Europa, in realtà, non è in grado neanche di emettere un comunicato congiunto o di prendere una posizione univoca. Ci hanno pensato finora la solita Merkel e il solito Macron ad avvertire Putin di non esagerare: Conte ha altro da fare e Di Maio non ha ancora capito bene quali sono i confini della Bella Russia.
La situazione è in mano ai bielorussi, e in particolare alle strutture militari e di polizia, all’interno delle quali cominciano a farsi strada le prime, coraggiose prese di posizione di chi non vuole più fare parte di un regime oppressivo e dittatoriale e sogna di portare la Bielorussia nel terzo millennio.
La chiave di tutto è lì: se le forze dell’opposizione riusciranno a garantire che gli apparati non subiranno ritorsioni o purghe, che saranno riciclati nel passaggio alla democrazia, allora è possibile che anche a Minsk gli uomini possano cominciare a vivere come in Lituania e Lettonia, Paesi usciti subito dal sistema sovietico.
In caso contrario l’ombra di una situazione simile all’Ucraina, con una guerra civile strisciante e forze straniere impegnate ad alimentarla facendo finta di volere la pace, si allungherà anche sulla Bielorussia. E il confine tra Europa occidentale e orientale sarà ancora più insanguinato, anche senza un Muro spostato qualche chilometro più in là.
Ps: a beneficio nostro e di Di Maio: la Bielorussia confina a nord con la Lettonia, a ovest con la Lituania e la Polonia, a sud con l’Ucraina e a est – ovviamente – con la Russia. Basta questo a capire perché rischia di diventare l’ombelico d’Europa. O il suo  fegato.

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