PERCHE’ PREFERISCO L’ITALIA DEI GRATTERI A QUELLA DEI DE LAURENTIIS

Due tipi antropologici a confronto o, se si preferisce, due modelli culturali. Uno, Nicola Gratteri, è l’Italiano come dovrebbe essere: meglio ancora, come ci piacerebbe che fossero gli Italiani. L’altro, Aurelio de Laurentiis, con questo bel nome da antico Romano, è, invece, l’Arcitaliano: la sintesi di quello che più ci infastidisce della nostra gente.

Il secondo, ignorando l’assoluto disinteresse del Procuratore per il football, gli fa arrivare dei biglietti omaggio, per andare a vedere il Napoli a scrocco: dono, in verità, da ritenersi prezioso, a Napoli, data la fede quasi fanatica dei Partenopei per la propria squadra.

E non vorrei dover ritornare, con un certo disgusto, al culto decretato dalla città a un personaggio come Maradona, che ho sempre considerato con un misto di disprezzo e di rabbia, come il peggior esempio di sportivo che si potesse presentare ai giovani. Altro che idolatrarlo! Comunque sia, il De Laurentiis, convinto di fare cosa gradita, spedisce i biglietti al Gratteri, che li rimanda al mittente, con un commento lapidario, che meriterebbe di essere scolpito sugli stipiti di tutta Italia: me li ha mandati perché sono il Procuratore di Napoli, ma, se fossi stato un operatore ecologico, di certo non me li avrebbe spediti.

Poco da aggiungere: c’è tutto. C’è la piaggeria verso un potente. C’è l’incorruttibilità del servitore dello Stato, che respinge ogni forma di adescamento. C’è anche, se vogliamo, un tantino di retorica giacobina, con il riferimento allo spazzino, che fa tanto tema delle medie. Ma c’è, soprattutto, questo costume tutto italico, del regalino, della mancetta, della bottiglia di whiskey a Natale, dei “Carissimo…”, degli amici e degli amici degli amici: un costume, anzi un malcostume, che, se non è corruzione, ne rappresenta, tuttavia, l’anticamera. Perché, a differenza di tanti altri popoli, per certi versi meno evoluti del nostro, noialtri Italiani abbiano mantenuto ed arricchito di nuovi significati l’antico costume del clientelismo: termine che, un tempo, era una vox media, senza particolare valore negativo, ma che, oggi, sta ad indicare una rete di relazioni che inquina il normale andamento dei rapporti interpersonali. E, massime, quelli che s’intersecano con attività economiche, politiche, amministrative.

Perché, se io mando a un amico una bottiglia pregiata, una stilografica, un CD, per festeggiarne il compleanno, nessuno ci può trovare nulla di male. Se, però, faccio lo stesso regalo a uno che non è per nulla sulla mia rubrica personale, ma che ha un ruolo determinante nella mia attività, il sospetto che il dono non sia esattamente disinteressato è legittimo. E, in Italia, questo sospetto è quasi una certezza.

Intendiamoci, non va così solo a Napoli né solo oggi: ricordo una vignetta del grandissimo Novello, in cui si confrontavano i biglietti d’auguri natalizi che riceveva un alto dirigente, prima e dopo il suo pensionamento. Ecco, precisamente questo intendevo: nessun reato, nessun tentativo di corruzione, ma un servilismo interessato, un sorrisino, una strizzatina d’occhio. Cose che, se sono irrilevanti sul piano giuridico, non lo sono affatto su quello etico, deontologico, comportamentale. Così, il figlio di un magistrato avrà più chances di assunzione del figlio di nessuno; la sorella del deputato godrà di qualche piccola attenzione in più, da parte del negoziante, rispetto alla sorella di nessuno. Siamo un Paese, insomma, in cui essere nessuno non sarà una maledizione, ma, di certo, non aiuta.

Così, come giustamente sottolinea Gratteri, se fai l’operatore ecologico, ben difficilmente ti troverai sotto l’albero una busticina da parte del presidente di una squadra di calcio, con dentro dei bei biglietti per la tribuna VIP. A meno che tu non sia cugino di quello che li stampa. E tutto, in pratica, funziona così, qui da noi: che siano ingressi gratis allo stadio o visite mediche, assunzioni o permessi edilizi, tutto ruota intorno ad una serie di rapporti, che non sono amicali né familiari e non sono neppure malavitosi, ma che se ne stanno lì, a metà strada tra l’amicizia e il reato.

Siamo un paese di cose dette a metà, di meriti messi in subordine, di favori, di mani che lavano altre mani, di do ut des. E de Laurentiis, con quel suo bel nome da patrizio romano, nella circostanza è parso incarnare esattamente questa umanità, questa italianità, che di Roma ha conservato poco o nulla, salvo, forse, nell’onomastica. Sic transit gloria mundi, dicevano i nostri antenati. Sì, ma che pena!

Un pensiero su “PERCHE’ PREFERISCO L’ITALIA DEI GRATTERI A QUELLA DEI DE LAURENTIIS

  1. Ciao dice:

    Articolo di ottima fattura e di cui condivido tutto. Quando coraggio e coerenza hanno nome e cognome: Nicola Gratteri. Se questo Bel Paese (espressione oramai retorica e priva di alcun senso, ma non di fondamento) si poggiasse su UOMINI come il procuratore della Repubblica di Napoli, sarebbe davvero un Paese Bello, Onesto e Giusto.

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