PERCHE’ ORMAI PREFERIAMO TENERE UN CANE CHE AVERE UN FIGLIO

Scenetta di alcune settimane fa. Sento, dietro di me, una voce femminile perentoria: “Te l’ho detto tante volte di non salutare tutti quelli che incontri”. Penso: ecco la solita nonna scassapalle che se la prende con il nipotino socievole. Mi volto e che vedo? Vedo sì la nonna scassapalle, ma non il nipotino, bensì un cagnetto al guinzaglio, molto vivace in effetti, che, a ogni simile che incontra, si spende in molti convenevoli.

E così, mentre me ne torno a casa, mi diventa inevitabile elaborare il mio personale rimbrotto, molto da vecchietto e molto moraleggiante. Si parla poco tra di noi, si parla con i cani, ma spesso si parla ai cani per dire loro di parlare con i propri simili. Poveracci. Poveracci chi? Noi, ovviamente, non i cani.

E difatti: come per strana coincidenza, ecco ora arrivare il Papa a dire, in modo certo più alto e più profondo, che “tante coppie non hanno figlima hanno cani e gatti che occupano il posto dei figli”.

Sì, sembra proprio che ormai noi umani preferiamo avere a che fare con il cane che con i figli. Decisamente più comodo e meno impegnativo.

“La favola dimostra che…” avrebbero detto Fedro e Esopo e anche, magari con un po’ più della sua consueta eleganza, Jean de la Fontaine. Che cosa dimostra la favola? Come sempre, come tutte le favole, una verità molto semplice e quindi molto dimenticata. Questa: il linguaggio più impegnativo è quello che ci chiede una risposta. Perché, in quel caso, dobbiamo dosare quello che diciamo e valutare quello che ci viene risposto. È il linguaggio con i nostri simili – i nostri, i figli degli uomini, non i figli dei cani.

La difficoltà la si potrebbe spiegare anche in altro modo: la parola con i nostri simili costa perché mette in gioco la libertà, la libertà nostra che parliamo e la libertà degli altri che ci rispondono. E niente è più costoso e più pesante della libertà, la quale, come è noto, non è fare quello che si vuole, ma fare spontaneamente quello che si deve. Infatti, la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri, è stato detto.

Sto raccontando cose banali. Ma, visto che mi ci sono avviato, mi piace aggiungere un codicillo. I nostri simili sono simili perché uomini come noi, ma diversissimi perché liberi e quindi imprevedibili. Sicché la parola che cerco di scambiare con loro è il tentativo eroico di avvicinare i lontanissimi, di fare unità tra i diversissimi. La parola, infatti, è bella e faticosa come l’amore. Anzi, è essa stessa un atto d’amore. Ti parlo perché ti voglio bene e, siccome ti voglio bene, ti parlo. E l’amore più bello lo faccio con la donna che amo, non con il mio cagnolino. E quindi, di conseguenza, parlo con lei, non con Fuffi.

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