PERCHE’ LE VERE VITTIME DELLA NOSTRA SCUOLA SONO I MIGLIORI

Ce lo siamo detto molte volte: la scuola italiana, dai tempi di De Sanctis ai giorni nostri, ha cambiato spesso anima e missione. Ci sono stati anni in cui lo scopo della scuola pareva essere quello di unire gli Italiani e tempi in cui si mirava, invece, a trasformarli in buoni fascisti; tempi in cui si sarebbe voluto forgiare un’élite e altri tempi in cui, invece, ci si sarebbe accontentati di non fornire reclute per il Cottolengo. Insomma, l’idea stessa di educazione ha subito, nei decenni, radicali trasformazioni, legate, evidentemente, alla particolare visione del mondo, di volta in volta imperante.

Oggi, la parola d’ordine pare essere una sola: concentrarsi sui peggiori. Peggiori, naturalmente, non in senso assoluto, ma solo in riferimento al loro rendimento scolastico: gli asini, se preferite, o gli studenti fragili, come è di moda dire di questi tempi. La scuola italiana è interamente dedita al recupero e, va da sé, alla promozione, di quelli che vanno male, che non studiano, che dormono in classe. Ci si dedica, bisogna dirlo, anche a chi non ce la fa per ragioni che esulano dall’impegno e questo è, naturalmente, un bene: tuttavia, questa categoria con esigenze educative particolari, è piuttosto esigua e, comunque, spesso vittima di un eccesso diagnostico, da parte di psicologi che, sui disturbi dell’apprendimento, hanno costruito il proprio benessere economico.

Comunque sia, la tendenza ha debordato in un perdonismo generale: al fatto che la primissima preoccupazione di dirigenti e professori è quella di promuovere tutti, di far recuperare tutti, di non perdere nessuno per strada. Oggi, Franti sarebbe promosso, dunque. Il problema, però, non è Franti, bensì, paradossalmente Derossi.

Ve lo ricordate Derossi? Quello bravissimo, che sapeva sempre tutto: gentile, educato, servizievole e preparato in ogni materia. Il classico genietto. Perché, come in ogni compagnia c’è quello sovrappeso, in ogni classe ci sono Franti e Derossi: quello che proprio non ne vuole sapere e lo studente che qualunque insegnante vorrebbe avere.

E, appunto, quelli bravi stanno iniziando ad averne piene le scatole di una scuola ossessionata dai recuperi per i meno bravi: si annoiano a morte a sentire ripetere cento volte le stesse nozioni elementari, che hanno introiettato perfettamente già la prima volta. Sono loro i grandi dimenticati: gli studenti d’eccellenza, quelli che, in teoria, dovrebbero rappresentare il progresso di questo Paese e che, invece, perdono il loro tempo, dimenticati in un angolo, per ore e ore e ore di ripassi, pause didattiche, recuperi in itinere e riallineamenti.

A furia di riallinearsi, questi poveretti, la cui unica colpa è quella di non essere somari, si sentono abbandonati a se stessi: vorrebbero sapere di più, più in fretta e meglio, ma, invece, devono restare mesi e mesi sullo stesso argomento, finchè anche l’ultimo dei refrattari non lo abbia debitamente metabolizzato.

E’ una scuola che punta verso il basso, insomma, e che trascura colpevolmente chi, invece, potrebbe volare in alto. Come al solito, dietro questa idea noiosissima e scarsamente efficace di educazione c’è un’altra idea, più generale: la solita, perniciosa, teoria secondo cui tutti siamo uguali e dobbiamo ottenere tutti gli stessi risultati. Non importa se la natura, il destino, la vita stessa, ci dicono che non è così: questo è il teorema e a questo la scuola deve adattarsi.

Perciò, se avete figli superdotati intellettualmente, rassegnatevi: o li mandate a studiare all’estero oppure saranno condannati a uno spleen perenne, in un eterno recupero di argomenti che si ripetono all’infinito. Poi, uno si stupisce se giocano con lo smartphone!

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