PERCHE’ LA NUOVA FRONTIERA DI OMICRON E’ HONG KONG

E’ possibile che nei giorni scorsi l’attenzione dei lettori di giornali e di siti d’informazione sia stata attirata dalle fotografie provenienti da Hong Kong. Letti d’ospedale allineati all’aperto, nelle aree antistanti gli ospedali cittadini. Sotto le lenzuola, pazienti in attesa di essere ammessi: tutti casi almeno probabili di Covid-19. Non pochi si saranno allarmati: che la Cina stia ricadendo nell’incubo del virus? Che cosa è successo alla sbandierata efficienza dei vaccini?

Poche ore e la nostra attenzione si è spostata altrove: alla crisi in Crimea, ai Superbonus e, restando in tema di coronavirus, al test positivo della regina Elisabetta. Eppure, quel che sta accadendo a Hong Kong ha un certo interesse anche per noi. La gestione dell’epidemia nella regione (sempre meno) autonoma della Cina è un utile metro di paragone: ci sono aspetti molto diversi e aspetti molto simili alla nostra realtà che val la pena considerare.

Innanzitutto, i numeri: dall’inizio di febbraio Hong Kong ha conosciuto un rapido incremento dei casi. Il bollettino di domenica 20 febbraio parla di 6.067 nuovi positivi, addizione che porta il totale, da inizio pandemia, a 52.830. In due anni, i morti per Covid in città sono stati 290.

Cifre modeste (in Italia, solo sabato, sono stati registrati oltre 50mila nuovi contagi e 252 decessi), ma indicative di un trend inverso rispetto al nostro: qui i numeri scendono e là salgono precipitosamente. I virologi locali predicono che presto si possa arrivare a ventimila e più positivi al giorno in una città di circa 7,5 milioni di abitanti. Ancora: qui la pressione sugli ospedali diminuisce, là, come testimoniano le foto, sale. Perché?

A lungo Hong Kong è stata un esempio felice della “Zero Covid policy” imposta da Pechino. Più che battere sulla necessità di vaccinarsi, le autorità cinesi hanno infatti optato per il contenimento del contagio con metodi autoritari: lockdown improvvisi di edifici, quartieri e intere città al comparire di un singolo caso, test di massa e quarantene impermeabili. Nella regione (sempre meno) autonoma di Hong Kong, grazie alle caratteristiche della città, questa politica ha funzionato a lungo. Su un territorio ad alta densità abitativa, ma di modesta estensione, le autorità hanno potuto applicare severissime restrizioni agli ingressi (frontiere con la Cina blindate, tutti i passeggeri in arrivo via nave o via aereo costretti a lunghe quarantene), circoscrivendo così drasticamente il numero dei casi importati. In città, la segnalazione di ogni caso positivo locale ha fatto scattare provvedimenti istantanei: lockdown di edifici e quartieri, tracciamento dei contatti interpersonali, obbligo di scaricare una app di tracking per poter entrare nei locali pubblici. Risultato: pochi casi in giro, ma anche una città completamente isolata dal resto del mondo, tanto che di recente ci sono stati problemi di approvvigionamento anche di merci essenziali come verdura e frutta.

Altro effetto collaterale: poche vaccinazioni. Al momento i dati ufficiali dicono che i cittadini vaccinati con la seconda dose sono poco più di cinque milioni, quelli che hanno ricevuto il booster solo 1,4 milioni. D’altra parte, con bollettini a lungo rassicuranti, molti non avranno sentito l’urgenza di presentarsi all’appuntamento con l’iniezione. Tanto più che per farsi somministrare vaccini “occidentali” come Pfizer occorre prenotarsi con discreto anticipo: l’unico vaccino disponibile in tempo zero è il Sinovac, quello di fabbricazione cinese.

Una certa diffidenza per il prodotto cinese (sconsigliato dall’Oms ai minori di 18 anni, privo di molti dei “trial test” superati dai vaccini occidentali e con una durata degli anticorpi limitata) ha dunque rallentato la campagna vaccinale. Tutto bene (o quasi) fino a quando i contagi rimanevano bassi. Ma ora è entrato in scena Omicron.

La contagiosissima variante è si è infilata nelle maglie della “Zero policy” e circola in una città stipata di gente non perfettamente al riparo dei vaccini. Ecco perché il sistema sanitario è andato in crisi e le prospettive, rispetto alle nostre, sembrano più fosche.

Più in generale, il caso di Hong Kong dice qualcosa circa l’efficienza a lungo termine delle politiche di contenimento autoritario, diciamo così, del virus. Ovvio che ci sono circostanze in cui i lockdown sono inevitabili e ovvio anche che le certificazioni vaccinali possano svolgere un ruolo utile: alla fine però è solo l’immunizzazione che ci permette di uscire dai guai mantenendo la società in moto.

Ora le autorità Hong Kong hanno imposto nuove restrizioni (prendendosela in particolare con le domestiche filippine che, la domenica, si ritrovano nei parchi e in altre aree pubbliche per vivacissimi pic-nic), forti di un’autorità che nessuno può (più) permettersi di contraddire, nonostante nel gennaio scorso abbia fatto scandalo la partecipazione di 14 “officials” del governo e di 20 consiglieri comunali a una festa di compleanno organizzata per un noto politico filocinese. Più impressione ancora ha fatto nell’opinione pubblica, appena pochi giorni fa, la morte per Covid di una bimba di 3 anni. Un lutto che ha commosso e, forse, indotto in alcuni la riflessione che l’allontanamento dall’Occidente non è stato per Hong Kong, in più di un aspetto, un buon affare.

 

 

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