PERCHE’ E’ SERIO FRENARE SUI TITOLI DELLE INCHIESTE

di ALBERTO VITO (sociologo e psicologo) – Il ministro Cartabia ha depositato pochi giorni fa alle Camere il nuovo regolamento in materia di indagine penali che, tra l’altro, vieta “di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza”.

In pratica, anzi in italiano corrente, non avremo più indagini con nomi altisonanti come Why not, Mafia capitale, Vallettopoli, Angeli e Demoni. Tali titoli enfatici rischiano di rovinare talvolta a vita la reputazione di imputati, prima che sia stato effettivamente tenuto nei loro confronti un regolare processo con condanna di colpevolezza.

Può sembrare una notizia minore, tanto è vero che è stata riportata solo da pochissimi giornali italiani, ma io non credo sia così. Tralasciando questioni complesse come il rapporto magistratura-classe politica e la maggiore attenzione ai principi garantisti, basta dire che la ministra fa molto bene a ricordare l’importanza delle parole e il rispetto delle forme.

Il divieto ad usare nomi ad effetto rappresenta un tentativo di arrestare la spettacolarizzazione della giustizia, di porre un freno all’eccessiva visibilità di indagini che talvolta non hanno poi tenuto alla prova dei fatti, ma che godendo di grande popolarità, amplificata dai titoli accattivanti, hanno recato danni immensi a chi si è trovato nell’ingranaggio.

L’attenzione alle parole, il rispetto delle forme mi sembra un invito, rivolto sia agli operatori del diritto che della comunicazione, a lavorare in modo sobrio, rigoroso, rispettoso di tutti, evitando i facili proclami. Tale invito è da sottoscrivere.

Nelle società complesse, nel giudizio dell’opinione pubblica, sappiamo che la rappresentazione della realtà può essere più importante della realtà stessa. E che, quindi, le parole sono assai importanti, vanno usate con giudizio e fa bene chi ce lo ricorda.

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