OSSESSIONE DONNA

di GIORGIO GANDOLA – Ormai è un’ossessione: Enrico Letta deve avere avuto qualche problema da piccolo. Pensa solo alle donne, compulsivamente, ossessivamente. Vorremmo Freud al nostro fianco mentre siamo costretti a registrare il suo ultimo desiderio: “Quando il mio tempo sarà scaduto, vorrei lasciare la leadership del Pd a una donna”. Pronuncia la frase storica ai microfoni di “Radio Immagina”, l’emittente dem visibile in streaming, seduto su uno sgabello da saloon con tre orologi sul muro alle spalle, che segnano l’ora di Roma, Berlino, New York. Tutto così stupendamente obamiano.

Il segretario si toglie la giacca, beve dalla borraccia ”Greta style” e approfitta dell’intervento di un’ascoltatrice che si presenta come ”rappresentante delle donne del Sud” (ruolo impegnativo) per lanciare il progetto Nazarena. Ciò che stupisce non è l’obiettivo, del tutto lecito e anzi auspicabile, ma è la totale assenza di alternative. Dev’essere donna, punto. Dovesse anche scoprire nelle pieghe delle sette (o otto, visto che è in arrivo quella di Bettini) correnti un De Gasperi, un Berlinguer, uno Schroeder, Letta farebbe finta di non vederli. Non sono donne, non hanno la patente. Meglio la Morani, soprannominata lady Twitter.

Sappiamo tutti che le donne hanno una marcia in più e che (tra famiglia-lavoro-carriera) spesso sacrificano sogni e aspirazioni in nome della famiglia. Detto questo, che un politico di prima fila ritenga di poter aggregare il popolo su un unico messaggio di genere, risulta originale. Anche perché le priorità sarebbero altre e non stiamo a ripeterle, anzi sì perché sono due: vaccinare e ripartire. Guarda caso gli unici temi sui quali il tenero Enrico non si sbilancia mai, forse perché li ritiene di competenza esclusiva del governo Draghi. ”Con il risultato di lasciarli al centrodestra”, cominciano a mugugnare nella parte sinistra del parlamento.

Tutti hanno notato l’attivismo di Giorgetti (sulla filiera vaccinale italiana), di Brunetta (sulla riorganizzazione del pubblico impiego nell’anno della ripartenza), di Salvini nell’intestarsi la battaglia dei commercianti in ginocchio e nello spingere per ”ricominciare a vivere laddove è possibile in sicurezza”. I colonnelli dem stanno bussando da giorni alla porta del segretario per avvertirlo che discettare di ius soli, di voto ai sedicenni, di legge sull’omotransfobia forse fa figo, ma restituisce un’immagine lunare del partito.

Loro bussano e lui non apre, sta pensando alle donne. Così il ministro della cultura Franceschini ha deciso di fare da sé e, senza chiedere conto al capo, ha cominciato a spingere per riaprire cinema e teatri. Il segretario ha altro per la testa e naviga a vista sognando il ritorno dell’Ulivo al femminile. La devozione di Letta verso quella stagione è totale, per riviverla e vedere Prodi al Quirinale sarebbe disposto a tutto, anche a offrire un ministero a Di Battista.

Fra i santini da rispolverare, il suo preferito è  Beniamino Andreatta, il vero inventore dell’Ulivo, l’economista che dall’alto dei suoi 120 chili un giorno del 1995 (con il partito in ginocchio dopo lo sbarco in parlamento di Silvio Berlusconi), si pulì gli occhiali con la cravatta, mise in tasca la pipa accesa e disse: ”Potremmo provare con Romano”.

Per rendergli omaggio, Letta sta portando in palmo di mano i figli. Filippo è di fatto il suo consigliere strategico ed Eleonora detta Tinny è in pole position per diventare amministratore delegato della Rai (il consiglio scade a giugno). Candidatura imbattibile, è una donna. Dove l’altra metà del cielo non trova sbocchi è Bruxelles, fino a lì lo sguardo selvatico di Letta non arriva. I maligni spiegano che Gentiloni e Sassoli sono generali a lui fedelissimi, quindi meglio non suscitare aspirazioni di genere (che pretese).

Speriamo che sia femmina, dicevamo. Con un cruccio ulteriore: per essere davvero à la page secondo i parametri liquidi del progressismo illuminato, il complessato Enrico dovrebbe trovarle non solo donne. Ma anche nere e gay.

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