ORMAI VINTO IL FOCOLAIO DEL VIRUS LIBERTA’ A HONG KONG

Se esiste un campionato mondiale per la politica delle chiusure, di certo lo sta vincendo Hong Kong. Da tempo la Regione autonoma (sempre meno) della Repubblica popolare cinese applica contro la pandemia mondiale una rigida politica di quarantene: la posizione geografica (l’unico confine terrestre, blindato, è quello con la Cina) e le dimensioni ridotte hanno finora consentito di controllare al pettine gli arrivi, bloccando i casi positivi alla porta con l’imposizione di lunghi periodi di quarantena in campi e alberghi designati. Risultato: basso numero di casi (poco meno di 13 mila, con 315 ricoverati) in una città che con i suoi 7 milioni di abitanti ammassati in aree urbane affollatissime poteva in teoria rappresentare un facile territorio di conquista per il virus. Effetto collaterale: poche vaccinazioni. Al momento solo 456mila persone hanno ricevuto la terza dose, mentre la prima ha raggiunto il 74 per cento della popolazione.

Il guaio, ora, è che nel quartiere di Tin Hau è scoppiato un focolaio Omicron non tracciabile e con così poche “terze dosi” in circolazione si teme il peggio. Il governo locale, guidato alla Chief Executive Carrie Lam, ha dunque deciso per altre chiusure. Sospesi molti collegamenti aerei internazionali – tra cui quelli con gli Stati Uniti – e, in città, obbligo di chiusura alle 18 per ristoranti, bar, saloni di bellezza e sale gioco. Interi palazzi dove risultano residenti persone positive alla variante sono stati messi in lockdown.

Una battaglia, quella contro la fuga di contagi Omicron, appena iniziata. Il governo cittadino, tuttavia, può compiacersi di aver quasi concluso un’altra, volendo anche più delicata, operazione di contenimento: quella della libera circolazione di informazioni. Dall’entrata in vigore della National Security Law, nel giugno del 2020, la stretta del governo su giornali e siti che si oppongono alla linea filo-cinese è stata implacabile. Primo a finire nella rete il pesce grosso: l'”Apple Daily” dell’editore Jimmy Lai, dall’aprile scorso in prigione, dove sconta una condanna a 14 mesi per “aver organizzato proteste illegali”. Poi, via via, quelli più piccoli. Ultimi, lo “Stand News” chiuso nel dicembre scorso (con manette ai polsi di parte dello staff) e, ora, il “Citizen News”, sito aperto nel 2017 da un gruppo di veterani del giornalismo locale. Al governo non è neppure servito far tintinnare le manette: come ha spiegato il fondatore Chris Yeung, “davanti a noi ormai non c’è più solo pioggia e tempesta, ma uragani e tsunami”; così stando le cose il 4 gennaio le pubblicazioni sono cessate.

Al momento, restano  in vita solo due notiziari non allineati: uno in lingua inglese e uno in cinese. Quest’ultimo ha trasferito la sua sede a Singapore, ma mantiene uno staff a Hong Kong. Triste a dirsi, al governo sarà certo più facile contenere questi due che il focolaio di Omicron.

 

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