ORMAI PARLIAMO SOLO CON GLI OCCHI

di JOHNNY RONCALLI – Marco, un amico fin dai tempi del liceo, continuava a ripeterlo, “il viso è l’immagine dell’anima, ma sono gli occhi a rivelarne l’essenza”. Tipo loquace Marco, quasi logorroico, al punto che finimmo per soprannominarlo Cicerone.

Ci si immalinconisce in questi tempi, la mente vaga verso quel che sarà, verso quel che è stato e si finisce per pensare a quel che è, a questo maledetto carnevale dove tutti ci si muove mascherati e dove gli occhi parlano quanto e più della bocca.

Si parla, ma si parla a stento, oppure con la sordina, occorre ripetere le parole più volte perché quasi mai escono comprensibili al primo colpo, e allora sono davvero gli occhi che più della favella trasmettono emozioni, sensazioni, desideri, irrequietezze. Basta aggiustare la mira e puntare lo sguardo dritto verso le pupille di chi ci sta a un metro e mezzo di distanza, oltre la mascherina.

Noi scansafatiche lo possiamo fare giusto al supermercato, fuori dalla farmacia, col vicino sul terrazzo di fronte, bisognerebbe chiedere ai nostri medici e infermieri cosa hanno visto negli occhi dei malati in questi mesi. E forse ancor più cosa hanno visto i malati negli occhi dei medici e degli infermieri.

Chi, con carta penna e calamaio, ha provato a descrivere gli occhi e le loro effusioni, sa che razza di proibitiva impresa sia. Uno se la cava sull’anatomia, ma quando si passa all’espressività tutto si complica.

La psicologia e la scienza ci dicono che tutto l’apparato visivo ha un codice comportamentale ben preciso. Se sbatto le palpebre esprimo in genere nervosismo, sorpresa, indignazione, confusione. Se socchiudo gli occhi probabilmente potrei esprimere sospetto o fastidio. Se li spalanco timore o stupore. Ad esempio.

Il fatto è che noi tutto ciò non lo abbiamo imparato sui testi di psicologia, ne abbiamo istintiva consapevolezza perché lo abbiamo imparato attraverso le relazioni e il vocabolario che ci portiamo dentro e ben più articolato dei manuali.

Ora, più che conversare capita di guardarsi negli occhi e cosa si vede o intravede ognuno lo sa. Non val nemmeno la pena, a sottolineare una volta di più il disagio, dare per l’ennesima volta un nome al carico del quale vorremmo sgravarci.

Capita anche a tavola, in famiglia, di rimanere imbambolati per qualche secondo per un pensiero che si è attardato ed è tornato alla carica, per un servizio al TG, e spesso non è la consueta domanda “cosa c’è”, “a cosa pensi” a farsi largo, bensì uno sguardo comprensivo a ricambiare il nostro.

Così, che sia per segnalare alla signora con il carrello che si sta avvicinando oltre il livello di guardia, che sia per trovare tra gli invitati allo strano e imprevisto  ballo in maschera qualcuno che raccolga tutto il dolore accumulato o per trovare conforto e rassicurazione per quel che sarà, sono gli occhi che assorbono e rilasciano la maggior parte di ciò che vorremmo, ma non riusciamo o non possiamo esprimere.

Si è tentati di dar retta a Bob Dylan: “Un uomo che indossa una maschera è molto più probabile che ti dica la verità”, lo si sente affermare in un documentario di Martin Scorsese.

In questi giorni riesco a scorgere la verità in molti occhi. Quello che non vedo, tra frenesia e voglia di spiaggia, è un calice nel quale raccogliere il monito dei nostri morti.

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