OMAGGIO AL PROF PIU’ EROICO (E MASOCHISTA) DELLA SCUOLA ITALIANA

Una volta, nelle chiacchiere da bar, si diceva che gli insegnanti non hanno mezze misure: o sono dei fannulloni o sono dei missionari. Era un luogo comune, naturalmente, ma, come tutti i luoghi comuni, conteneva un pizzico di verità. E lo contiene anche oggi, che la scuola è diventata un tritacarne per l’autostima di tanti speranzosi laureati. E che ministri e dirigenti paiono far di tutto per umiliare il corpo docente ed abbassarne il livello.

In questo calderone di chiacchiere, burocrazia e scappatoie per non far nulla, la maggioranza degli insegnanti è, indubbiamente, composta da mediocri lavoratori del sapere, con poca o nessuna voglia di lavorare ed ancor meno empatia coi propri discepoli. Tuttavia, vi sono esempi davvero consolanti di dedizione alla propria professione e di attaccamento agli alunni, che ci confermano nella nostra idea di fondo. Che è quella che, come la responsabilità penale, anche la responsabilità tout court è del tutto individuale.

Prova ne sia che, senza nessuna indicazione dal proprio consiglio di classe o dalla dirigenza del proprio istituto, un insegnante volterrano ha deciso di rinunciare alla partecipazione ai campionati mondiali Master di atletica per non piantare in asso i propri studenti, alle prese con la maturità, la maturità farsa del giorno d’oggi. L’insegnante in questione, che si chiama Emiliano Raspi, e insegna storia e filosofia al liceo “Carducci” di Volterra, ha volontariamente abbandonato le finali di questa importante manifestazione per atleti, diciamo così, agés, per restare vicino ai suoi allievi, durante gli esami di Stato.

Ora, stante la insignificanza culturale dei medesimi, io, magari, gli avrei suggerito di andare tranquillamente a correre, senza farsi troppi problemi, ma rimane il fatto di una scelta, dolorosa e coraggiosa, per chi abbia dedicato tanto tempo e tanta fatica per prepararsi a un simile impegno agonistico. Scelta che la dice lunga sul senso del dovere di questo giovane docente, ma che ci impone anche una piccola riflessione di carattere generale.

Al di là di un caso di attaccamento al proprio lavoro, tanto eclatante da finire sui giornali, bisognerebbe domandarsi come il mondo della scuola valuti e rimeriti i casi virtuosi, vedi questo, e come, invece, censuri o combatta i moltissimi casi viziosi di cui siamo testimoni e che, sui giornali, finiscono soltanto se c’è dietro qualche reato o qualche aneddoto piccante.

Non è una questione da poco: uno degli enormi problemi dell’apparato scolastico italiano è proprio quello di trattare tutti allo stesso modo: buoni e cattivi, ignavi e santi. Prova ne sia che il bravissimo professor Raspi si porta a casa lo stesso, indegno, stipendio del professor Pinco Palla, che mercè leggi 104 magari acrobatiche, permessi per malattia, partecipazione a progetti, funzioni strumentali, potenziamento, webinar, PCTO e altra mercanzia assortita, in classe ci entra giusto per gli auguri di Natale e Pasqua.

Insomma, la parola meritocrazia, di cui si riempiono la bocca i nullafacenti ottimi massimi, che siedono in Parlamento e nei Ministeri, nella scuola è poco più che un modo di dare aria ai denti: che tu ti sia laureato alla Normale con abbraccio accademico o all’università di Peracotta col minimo sindacale, avrai uguali compiti, godrai di uguale considerazione e percepirai identici emolumenti. Lo stesso dicasi nel caso tu ti faccia venire l’esaurimento a forza di lavorare o che legga il giornale in classe. Insomma, la scuola è un meccanismo criminogeno: ti invita e, a volte, ti costringe a gettare la spugna, anche se sei uno tosto, uno che ci crede. Ti porta al punto in cui è pressochè inevitabile dire: massì, chissenefrega, tiriamo a campare come tutti!

E ci arriverà anche il buon Raspi, ve lo dico io: dategli tempo. Oggi, indubbiamente, è un eroe e merita tutta la nostra considerazione. Ma la scuola è una malattia che ti lavora a fuoco lento: ti trasforma da missionario in disilluso, magari in fannullone, anno dopo anno, con le sue incongruenze, le sue ingiustizie, le sue ingiurie. Un abbraccio, caro collega: ne riparliamo a sessant’anni.

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