OBBLIGARE IL CONDANNATO A RIPARARE, LA DIFFICILE SCOMMESSA

Il progressivo passaggio dalla giustizia retributiva a quella riparativa è nei fatti. Sebbene i suoi tempi siano lenti e imprevedibili, credo si tratti di un movimento culturale inarrestabile nei paesi occidentali. Basti pensare a come sono organizzate le carceri nei paesi scandinavi e al numero di Stati che non solo hanno eliminato la pena di morte, ma stanno iniziando ad abolire l’ergastolo. Ovviamente, soprattutto di fronte a delitti efferati, c’è chi la pensa in maniera opposta e rivendica la necessità di pene più dure.

Oggi i dispositivi giuridici recitano all’incirca: “ai sensi degli articoli…., l’imputato è considerato “colpevole” ed è “condannato” alla pena….”. La giustizia retributiva si concentra sulla punizione, che deve essere adeguata e proporzionata al reato commesso, fungendo anche da esempio per la collettività. L’attenzione è prevalentemente rivolta all’autore del reato.

Secondo il paradigma della giustizia riparativa, invece, la persona è considerata “responsabile” dei suoi gesti e delle sue conseguenze e la giustizia deve riparare a quanto accaduto. Essa punta alla riparazione dei danni causati, alla riabilitazione del colpevole e alla “guarigione” della vittima, senza escludere un aspetto sanzionatorio che comunque permane. Nella misura in cui le responsabilità sono assunte, è possibile identificare bisogni e compiti. Può utilizzare anche processi di negoziazione che coinvolgono la vittima, il trasgressore e la comunità, che sono sostanzialmente assenti nel primo modello di giustizia.

Le esperienze di laboratori teatrali e espressivi, le innovazioni nella giustizia minorile, l’inserimento lavorativo dei detenuti, laddove si riesce ad attuarle, paiono confermare anche nel nostro paese che un’effettiva riabilitazione sia assai più efficace, anche nei termini della riduzione delle recidive, rispetto alla sola pena della restrizione della libertà (non a caso, le nostre carceri si chiamano ancora istituti “penitenziari”, come se la penitenza fosse l’azione più importante in quel contesto).

Inizia dunque a emergere la richiesta non di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale, seguendo le indicazioni di G. Radbruch, filosofo tedesco del diritto, nel 1933 allontanato ad opera del regime nazista dall’insegnamento universitario. La cosiddetta “riforma Cartabia”, ovvero il disegno di legge per la riforma della giustizia approvato negli scorsi mesi ha, tra gli altri, il compito di emanare decreti che definiscano gli ambiti e i modi della giustizia riparativa.

Forse a tanti sfugge che il perdono, che deve partire dal riconoscimento dell’entità reale del danno subito, aiuta a vivere meglio, sia nei rapporti interpersonali che a livello di collettività sociale, innanzitutto a chi perdona e non solo a chi è perdonato. A che serve, infatti, passare la vita provando rabbia verso qualcuno?

Non si tratta di buonismo, ma di individuare le modalità più utile al vivere civile. Le strategie di risoluzione della conflittualità sono una necessità in tutte le società moderne. Anche sanare i conflitti che nascono da reati è possibile su molti fronti, con la responsabilizzazione di chi i reati li ha commessi e con pene che siano davvero riabilitative, secondo il dettame della nostra Costituzione.

 

 

 

 

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