NONNO MATTEO

di ARIO GERVASUTTI – E meno male che siamo nella Seconda (o Terza, abbiamo perso il conto) Repubblica. Quella che “basta con i giochini di Palazzo”, quella che “finalmente i politici rispondono ai cittadini”.

Ecco, alzi la mano chi ci crede: e poi corra a nascondersi. Non siamo di fronte a una rivoluzione fallita: siamo di fronte a una rivoluzione falsa, perché il fallimento presuppone almeno un tentativo. Qui sono cambiati gli uomini, non il sistema. E non si tiri in ballo, per favore, il solito Berlusconi: che avrà mille colpe, ma almeno un paio di tentativi per creare un moderno e moderato bipolarismo li ha fatti. Poi li ha disfatti per suoi demeriti, ma questo è un altro discorso.

Restiamo alle intenzioni, piuttosto, ché Berlusconi avrebbe perfino l’anagrafe dalla sua per essere un nostalgico della Prima, vituperata, Repubblica. Restiamo al nuovo che avanza, al prototipo della gioventù e della diversità d’intenti, la ventata di aria fresca che avendo 45 anni promette (o minaccia) di segnare almeno i nostri prossimi venti. Parliamo di lui, di Renzi Matteo da Firenze, nel 2004 già presidente della Provincia toscana, poi sindaco in città, segretario del Pd e Presidente del Consiglio sull’onda della rottamazione. Ce lo ricordiamo tutti: “Rottamiamo i vecchi arnesi della Repubblica”. Sembrava arrivata l’ora. Sì, ciao, come no.

Primo atto del Nostro, e pochi lo ricordano, la sottomissione a Frau Merkel in un viaggio a Berlino quando ancora “Enrico stava tranquillo”, e in un secondo viaggio quando l’Italia era a un passo dal default per ottenere, in cambio di qualcosa, il via libera al salvataggio di Draghi.

Ma – si dirà – erano forse i primi incerti passi di chi ancora non sapeva come muoversi nel mare della politica dei grandi, della diplomazia e degli affari internazionali. Può darsi. Certo che passare da rottamatore a ferrovecchio in meno di 5 anni, ce ne vuole. Eppure Renzi c’è riuscito, con una pervicacia di cui gli va dato merito. Quando aveva il Paese in mano faceva il decisionista, “o di qua o di là”, e per gli altri era “o con me o contro di me”. Nessuna mediazione, nessun “gioco di Palazzo”, al punto da proclamare l’indicibile: “Cambio la Costituzione, e se non vi va bene me ne vado”. A seguire, l’apposito referendum.

Non andava bene, ma non se n’è andato. Perché lì è ritornato a galla l’Italiano. Quello che “sì, avevo detto che mi ritiravo ma gli amici mi hanno costretto a restare, come facevo a dire no”?

E quindi rieccolo, degno erede di Fanfani e dei dinosauri Dc, che almeno dalla loro avevano una scuola e un credito per aver risollevato l’Italia dalle macerie della guerra. Lui no, le macerie le ha create e ci si è accovacciato sopra.

Da lì, e dall’alto del suo 2 per cento di voti, detta le condizioni: “Basta metodi sprezzanti e inutili task force!”. No, non parla di se stesso, non è una tardiva autocritica: parla di Conte, e per molti aspetti ha pure ragione da vendere. Ma che lo dica lui, che di Conte è stato una specie di Numero Zero assiso al trono senza nemmeno uno straccio di elezioni, solo sull’onda emotiva di un popolo che confonde l’emozione con la razionalità, beh, è francamente eccessivo. O forse no, è semplicemente logico. Perché anche questo fa parte dell’italianità del personaggio, capace di tutto e del suo contrario.

E infatti lui è il primo a non crederci, ai suoi diktat. Come il peggior esponente di una corrente minoritaria della tanto vituperata Dc, alza la voce minacciando sfracelli, rimesta l’eterno ricatto della crisi, rivende a basso costo la teoria dell’ago della bilancia che tiene tutti per le, pur di portare a casa uno strapuntino, un po’ di considerazione, almeno un saluto. Costretto a convivere con chi ritiene a tutti gli effetti un usurpatore, si inventa la riedizione delle “convergenze parallele”: camminare affiancati con l’intenzione di toccarsi e di prendersi per mano, prima o poi, ma ben sapendo che non ci si incontrerà mai. Con una piccola differenza: quella era un’idea di Moro (o di Scalfari, fa niente) e mirava a trovare punti d’incontro tra due Moloch come il Pci e la Dc. Questa è un pateracchio da sottobosco della Primissima Repubblica, difficilmente definibile. Forse le potremmo chiamare “divergenze concave”: ognuno per la propria strada ma ben attenti a non mollare il recinto, con relativa poltrona. E la chiamano Terza (o Quarta, abbiamo perso il conto) Repubblica. In realtà, si chiama semplicemente Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.