NON SO SE USCIREMO MIGLIORI

di CRISTIANO GATTI – Bastasse un virus farabutto, a rendere gli uomini migliori. Allora in certi momenti sarebbe quasi il caso di diffonderlo volontariamente, se davvero avesse questa funzione catartica, cioè la capacità di risanare l’ambiente morale e farci ripartire più buoni e più giusti, in questo caso chiamandola con un’altra parolaccia, palingenesi. Sul tema ottimistico della speranza si è espresso benissimo Luca Serafini, qui sotto. Mi piacerebbe tanto cullarmi come lui nella consolazione di un futuro radioso. Ma non ce la faccio. E pazienza se ne uscirò da pessimista, ascendente gufo.

E’ che purtroppo non la vedo così facile. Ci piace raccontarcela, ma non è così facile. Nell’andare dei secoli l’umanità ha subito prove enormemente più cattive di questa, questa che per i cattolici è dopo tutto una Quaresima come Dio comanda, per gli atei grosso modo un periodo di ferie non programmate. Guerre mondiali, persecuzioni, pestilenze, olocausti, mafie, terrorismi e macellerie varie. Di tutto è caduto sulla specie pensante del pianeta.

Eppure, con il tempo, tutto passa e tutto torna come prima. Ogni volta. I nostri nonni e i nostri padri sono usciti dalle guerre, questo non ha impedito che a un certo punto ricadessero di nuovo nell’odio, nel cinismo, nell’egoismo, nell’invidia.

Certo per un po’ funziona: diciamo che dopo il cataclisma viviamo un salutare periodo di convalescenza, con un florilegio eccitante di belle parole e buoni sentimenti, di dolcezze e di carinerie. Sarà così anche stavolta. Nessun dubbio. Ci racconteremo quanto era bello riscoprire la causa comune, la solidarietà, la responsabilità, il senso civico. E’ lo slang del dopoguerra. Ma non illudiamoci che sia per sempre. Avrà il suo periodo di gestazione e di contagio, come lo stesso virus: poi, il ritorno finale alla normalità. Che conosciamo bene, che non è il caso di immaginare.

La verità è che non può essere un virus a rendere gli uomini migliori: la bella persona è bella nei giorni azzurri e nei giorni neri, quella brutta riesce persino ad abbruttirsi ancora di più, uscendo dalla prova con un ulteriore carico di rabbia e di rancore, contro il sindaco, contro lo Stato, contro il mondo.

Da sempre ci sono altre cose, contenute nei grandi libri di sempre, dal Qoelet della Bibbia ai Dialoghi Morali di Seneca, giusto per fare un paio di esempi, capaci di entrare nell’animo e di cambiarlo sul serio. Quando questo contagio riesce, allora è davvero voltare pagina. Diventare diversi. Purtroppo, non è un contagio che viaggi con la stessa facilità e alla stessa velocità di un Covid-19. E’ molto più difficile. Non deve diffondere tra le persone un virus fetente: deve diffondere idee.

Un pensiero su “NON SO SE USCIREMO MIGLIORI

  1. Cristina Dongiovanni dice:

    Non saremo migliori, lo penso anch’io. Ma come sempre gli slogan si sprecano, non ho ben capito a chi facciano bene. E dirò di più, un mese fa pensavo che il virus non potesse affatto cambiare l’animo umano, oggi invece mi pare di assistere ad un mutamento. Sento in minuscoli anfratti di piccole community riaffiorare ancor più divorante il morso primordiale, peggiore perché non è difensivo, è di attacco vorace. La fame alberga nelle membra dei reclusi. E’ fame, non è rabbia, fame di libertà.
    Quando usciremo diverrà disperato anelito difensivo del proprio diritto di esistere, di affermare la nostra presenza fuori dalle mura che stanno schiacciando le nostre teatralità. E chi era già in deficit di visibilità, chi aveva già la necessità di nuocere per prevalere, lo farà ancora di più.

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