NON E’ SEMPRE COLPA DI CHI VINCE

Noi boomers italiani siamo cresciuti nella democrazia reale, dove i politici avevano sì ricominciato a distinguersi per cupidigia e avidità subito dal 1945, ma riuscivano ancora ad esprimere qualche figura onesta e illuminata, grandi statisti sorretti da una qualche utopia, uomini con ideali sanguigni e radicati tra una tangente e l’altra, riformine che promettevano in campagna elettorale, dovendo poi certificare qualche pur minimo risultato a quella successiva.

Era questo il dazio che si pagava con la perdita dei voti: non fare nulla, ma proprio nulla di ciò che era stato promesso. Era questo il contributo che si incassava con la vittoria: aver mantenuto un paio di promesse, almeno quelle. In comizio e in tribuna, negli studi di Jader Jacobelli e Ugo Zatterin, gli scontri dialettici più cruenti erano tra poli opposti: il segretario del partito comunista, Enrico Berlinguer, e quello del movimento sociale, Giorgio Almirante. Non ricordo mai tra loro un faccia a faccia tra insulti e rinfacci del loro passato o sul loro presente, che coinvolgesse dittature ancora tristemente presenti e attive sul pianeta con i rispettivi colori, rosso e nero: ricordo benissimo invece che passavo il tempo, dopo averli ascoltati, a leggere e studiare il “compromesso storico” e il “governo di tecnici” che erano i rispettivi cavalli di battaglia. Davo per scontato, da ragazzino studente appassionato del futuro, che non esistessero più in Italia un comunismo russo o un fascismo redivivo. Non ero preoccupato che vincesse uno o l’altro estremismo, di conseguenza: mi sorprendevo però che alla fine vincesse sempre e comunque la DC, che tra una legislatura e l’altra veniva schifata da tutti i matusa, intesi come adulti, che mi capitava di sentire. Insoddisfatti e avvelenati. E nel giugno 1983 – alla vigilia di una prevista grande crescita delle sinistre – “Il manifesto” del pessimista Pintor uscì con una sorprendente prima pagina destinata alla storia, per il suo titolo a nove colonne: “Non moriremo democristiani”. Tutto questo sette anni dopo un altro storico titolo del “Giornale” di Indro Montanelli, che alla vigilia di un ventilato sorpasso comunista ai danni della Democrazia Cristiana nel 1976, rinnegò le sue idee di destra per scrivere – sempre a 9 colonne – “Turiamoci il naso”, che significava votiamo DC per impedire l’avanzata del PCI.

Per strada, si vivevano anni di piombo insanguinati da rapimenti, morti, attentati da parte di brigatisti rossi e terroristi neri che non credevano in quella democrazia globale, dove cristiani, fascisti e comunisti di fatto convivevano in pace tradendo – secondo quegli assassini di politici, militari e civili – ideali e utopie del popolo. Della storia. Ad ogni azione, da quelle a Palazzo Madama e Montecitorio, negli studi tv e nelle redazioni dei giornali, nelle scuole in fermento e nelle strade, corrispondeva un “perché”, sia pure distorto e malsano. Aberranti, ma “perché”. Quei perché erano l’estrazione popolare, l’educazione, la cultura, l’esperienza, la dura vita quotidiana, la fabbrica, le storture del boom che aveva allontanato i ceti medi da quelli bassi con l’illusione della borghesia e di privilegi a portata di mano. Il tessuto sociale si stava crepando pericolosamente, come un arido terreno prima della scossa fatale: ne parlavano fior di analisti e si cercavano le spiegazioni con raziocinio, con equilibrio (dove non contaminato dal colore dell’ideologia). Ma disgraziatamente non si trovarono soluzioni.

Ora che in un attimo da boomers ci siamo ritrovati 60enni causa il passo zero cinematografico della vita, siamo nel deserto delle idee, dell’impegno, della coerenza, dello statismo (si può dire?), del patriottismo, del nazionalismo, di quello che vi pare. Viviamo in Italia – ma non solo – sulla luna, buia e desertica come quella vera, ma popolata da scafandri dentro ai quali non si può capire, non si può distinguere, non si può sperare. Quando vinse Trump negli Usa, nel 2017, nei giorni di vigilia del voto avevo seguito servizi e dibattiti internazionali dove lo davano per di più sconfitto e lo dileggiavano prematuramente. Quando vinse, nel delirio di strali contro l’elettorato ignorante statunitense, contro il fascismo, contro la sua boria, i capelli arancioni e una meravigliosa bambola di legno come moglie, riuscii a cogliere con fatica, impegnandomi nella ricerca di articoli e servizi, “perché” avesse vinto lui: quali malumori, quali aspettative, quali territori, quali popoli degli Stati niente affatto Uniti si erano buttati tra le braccia di Trump per scappare da che cosa.

Ecco, oggi in Italia mi aspetterei questo. In politica non è sempre e solo colpa di chi vince: si tratta di studiare e capire “perché” vince. Non si tratta di meloni Tik Tok o di Twitter dispersi, di reel semiseri o di Instagram senza filtri. Né si può trattare ancora di fascismo e di fantasmi, deliranti spauracchi senili brianzoli sulle ragioni di Putin: se qui vince la destra, non esiste il centro e perde malamente la sinistra, non credo ci si possa limitare a imprecare, insultando chi ha vinto e chi li ha votati.

Credo per una volta sia utile tornare al malsano passato in cui, tra una tangente e un sorriso massone, ci si interrogava sui perché di una sconfitta e si ricominciava da subito a lavorare per riacquisire identità, credibilità, affidabilità perdute. “A te la malapasqua” non mi sembra un granché come inizio, soprattutto il giorno dopo averle prese di santa ragione. E nemmeno “Ho vinto io, cicca cicca bum bum”.

Fateci vedere invece che con in tasca milioni di voti, avete un’idea in testa. Una qualsiasi, ma credibile, affidabile, di identità. Ascoltaci o Signore.

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