NON È LA PRIMA VOLTA, MA CHE BELLO

di GHERARDO MAGRI – La notte prima degli esami. Mi sento agitato e dormo poco, conto le ore. Sono 66 giorni che sono barricato in casa, costretto allo smart working, mi sono fatto venire gli occhi e le orecchie così a furia di lavorare al computer. Domani si rompe l’incantesimo e riprendo possesso della mia vita lavorativa di prima.

Suona la sveglia e l’incubo si smorza. Sono sempre io, vedo intorno gli stessi luoghi che ho imparato a frequentare con assiduità ossessiva. La colazione che mi gusto con mia moglie ha un altro sapore: oggi mi darà la carica per uscire. Sono vestito smart casual, ma con un tocco in più che prima non serviva.

Salgo in auto e mi sistemo come Leclerc a Monza. Devo fare i miei 50 km per raggiungere il mio posto di lavoro, a Milano. Sistematina al sedile, regolo gli specchietti, controllo stato vettura e i livelli. Posso partire. Maledizione, ho ancora gli pneumatici da neve, ma ce la posso fare lo stesso. Arrivo al casello di Bergamo e ho il primo brivido: funzionerà ancora il telepass, non si sarà ossidato? Biiip, la sbarra si alza, pfui. L’A4 è già piena, le prime due corsie sono piene dei soliti bestioni, mi piazzo sulla terza con pazienza e mi tengo sui 130 km/h.

Passo Dalmine, Capriate, Trezzo sull’Adda, Cavenago Cambiago, Agrate e mi avvicino al mostro della barriera di Milano Est. Leggo sui tabelloni elettronici il classico avviso “rallentamenti Sesto S.Giovanni raccordo V.le Certosa”. Non mi preoccupo troppo, sono un pendolare esperto. Di solito, le 14 entrate sono intasate e la fila si accumula per qualche chilometro. Oggi no, passo baldanzoso come nelle giornate estive o prefestive. Mi infilo poi nel cul-de-sac delle tre corsie scarse dove, da anni, stanno lavorando per realizzare le quattro corsie dinamiche. Una descrizione velleitaria quanto i tempi di realizzazione.

Mi fermo alla mia solita area di servizio a salutare gli amici che non vedo da oltre due mesi. Mi commuove un po’, perché mi fanno un sacco di feste. Caffè, giornale e via. Esco a Cormano e, poco dopo, arrivo al cancello dell’azienda. Dove ho messo il telecomando e il badge? Il profilo familiare degli edifici mi tranquillizza e mi fa stemperare l’emozione del primo giorno. Dopo il controllo della temperatura (34.2, è troppo bassa?) e il ritiro dei DPI, salgo veloce i 144 gradini che mi separano dal mio ufficio.

Un piccolo tuffo al cuore, quando entro. È ancora tutto lì, la scrivania, la poltrona, i quadri, non manca niente. Di strano ci sono solo i due cartoncini con i documenti e le suppellettili dentro, per via della sanificazione. Respiro a pieni polmoni e penso immediatamente che ce la faremo. Un fiotto di ottimismo mi pervade: vado subito a salutare i colleghi con strani gesti da lontano come dei mimi, in modo innaturale ma molto spontaneo.

La giornata passa serena, piena di cose e di chiacchierate (a distanza) fatte di storie vissute, risistemo bene l’agenda e faccio ancora skype per non perdere le abitudini. Si fa sera in fretta. Riassetto con particolare cura i due cartoncini e scendo le scale con nonchalance, zainetto in spalla, fischiettando.

La prima volta non si scorda mai, un evergreen intramontabile.

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