NOI ITALIANI, UMILIATI ANCHE COL PROSEK

di ARIO GERVASUTTI – Immagina. Immagina che domani un gruppo di vignaioli di Valdobbiadene (provincia di Treviso, più vigneti che metri quadrati) decida di mettere in commercio un vinello bianco, niente di che, ma frizzantino e beverino. Immagina che decidano di chiamarlo Champagna, per assonanza con il luogo dove viene coltivato, la campagna.

Ecco, adesso immagina dopo quanti secondi netti si ritroverebbero i carri armati della Legione straniera alle porte. E giustamente.

Se invece un gruppetto di vignaioli croati decide di chiamare il proprio vino Prosek, va tutto bene. Così come va bene se i tedeschi chiamano Parmesan una specie di formaggio grattuggiato prodotto a duemila chilometri da Parma.

Assurdo? Chiedetelo all’Unione europea. Chiedetelo al Commissario all’Agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, il quale ha spiegato che “la domanda croata di registrazione della menzione tradizionale “Prosek” risponde ai requisiti di ammissibilità e validità”. Chiedetelo, ma non aspettatevi di ricevere risposta.

Poi dicono che i sentimenti europeisti in Italia non sono più quelli di una volta. Forse dipende dal fatto che abbiamo deriso i burocrati europei per la loro manìa di mettere il becco ovunque, dalla misura delle zucchine a quella delle vongole. Li abbiamo derisi perché ci sembravano perdite di tempo. Non avevamo capito, noi italiani, che proprio su quei giochetti l’Europa costruiva il suo potere. Le vongole, per esempio: quelle dell’Adriatico sono giocoforza più piccole di quelle dell’Atlantico o del basso Mediterraneo. Stabilire che nei Paesi della Ue possono essere pescate solo quelle da una certa dimensione in su significa uccidere la pesca italiana e obbligarci a comprare solo da spagnoli o francesi. Stiamo parlando di miliardi di euro, per chi non l’avesse capito.

E sempre per chi non l’avesse capito, c’è un dettaglio niente affatto insignificante, in tutti questi contenziosi: l’Italia perde sempre. Il formaggio di fossa? Vietato. Il lardo di colonnata? Vietato. L’olio d’oliva? Va tagliata la produzione per fare spazio alla meravigliosa margarina olandese.

L’ “italian sounding” – ovvero l’uso di nomi che “suonano” come italiani per spacciare prodotti analoghi alle nostre specialità doc realizzati in giro per il mondo (quindi taroccati) – è una vergogna? No, siamo noi italiani ad essere suscettibili. Poi però quando l’Ungheria pretende di cancellare tre secoli di storia vinicola del Tocai friulano perché si potrebbe confondere con il Tokaji magiaro, allora “sì sior, ai vostri ordini”. E il Tocai non esiste più.

Adesso, spazio al Prosek. Neanche volendo potremmo mobilitare una nostra Legione straniera: ma pur comprendendo che ci sono mille cose di cui occuparsi, dall’Afghanistan al Covid, forse basterebbe muovere un solo soldato, anzi un generale di primo piano: si chiama Mario Draghi. Due sue paroline a lorsignori dovrebbero e potrebbero bastare. Ma deve pronunciarle, e subito, per salvaguardare almeno la dignità di questo Paese, per far capire che saremmo un po’ stanchini di farci prendere in giro, e anche per salvare ancora una volta l’Europa da se stessa.
 

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