NEMMENO IL FEMMINICIDIO PUO’ GIUSTIFICARE LA GOGNA

Polemiche al tribunale di Livorno per una mostra – allestita nell’atrio dell’edificio che ospita gli uffici giudiziari – in cui sono esposte le foto di uomini condannati per femminicidio, con tanto di corredo didascalico di nome, città, anno, arma del delitto e pure il nome della vittima. Le immagini e i dettagli, come si legge su “Il Tirreno”, hanno causato dibattito e divisioni tra gli avvocati, al punto che la Camera penale accusa gli organizzatori della rassegna – che sono la Camera civile e il Comitato pari opportunità dell’Ordine degli avvocati – di “invocare la legge del taglione”.

Questa la notizia. Che evoca un’ondata di disparate sensazioni. La nostra società, mediamente, è molto più attrezzata per accusare il delinquente che per correggerlo, ancora meno per perdonarlo. In fondo, è la sensazione che sonnecchia in tante prese di posizione pubbliche. Di solito, una famiglia colpita da un delitto afferma, fortemente: “Vogliamo giustizia”. E, spesso, giustizia è fatta. Ma che cosa fa la giustizia? Colpisce un colpevole. Mi viene in mente l’intuizione del noto antropologo René Girard. All’inizio c’è la violenza squilibrata. “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido” si vanta Lamech, nel libro dell’Esodo. Poi arriva la violenza equilibrata: la legge del taglione, “occhi per occhio, dente per dente”. Poi ci si accorge che il taglione non sempre riesce a chiudere la partita. E allora ci si mette d’accordo per attribuire la vendetta a un sistema superiore che tutti accettiamo: il sistema giudiziario. In fondo, il sistema giudiziario fa vendetta al nostro posto ed evita che siamo noi a fare vendetta, privatamente e indefinitamente.

Gli organizzatori della strana mostra di Livorno hanno deciso di non chiudere la partita: il tribunale ha condannato, loro decidono di comminare una loro particolare condanna: la messa alla gogna. Inquietante che tra gli organizzatori ci siano anche degli avvocati, benché civilisti. A dimostrazione che non basta essere uomini e donne di legge per capire il senso della legge e del giudizio. Chi fa la legge torna al taglione: così correttamente hanno fatto notare coloro che non condividono l’iniziativa.

A me prete il fatto fa venire in mente un altro, diverso ricordo. Nei primi secoli del cristianesimo la confessione era pubblica e avveniva una sola volta nella vita, come una specie di “secondo battesimo”. Ma la confessione riguardava soltanto i “tria peccata irremissibilia”: i tre peccati che non si possono rimettere: omicidio, rinnegamento della fede, adulterio. Il peccatore veniva pubblicamente denunciato e aggregato all’”ordo poenitentium”: i peccatori notori che non potevano partecipare alla liturgia eucaristica. Facevano lunghe penitenze e poi venivano riammessi, ancora pubblicamente, alla vita comunitaria.

Dunque, la Chiesa antica non aveva paura di rendere pubblico il peccato perché la denuncia era in funzione del perdono. Il perdono, da un altro punto di vista, era autentico perché condiviso da tutti: tutta la comunità perdonava.

Ecco: la messa alla gogna di Livorno è tipica di una società che dispone degli strumenti per accusare, ma non di quelli per perdonare: è una società implacabile. Per questa società ci sono peccati che non sono perdonabili, per i quali si può solo accusare: a Livorno sono i femminicidi, poi arriverà la pedofilia.

Poi ognuno di noi può allargare le proprie considerazioni ad altri aspetti che segnano le nostre relazioni sociali: quelle della politica, dell’economia, delle nostre relazioni quotidiane… accusare è facile, capire e, soprattutto, perdonare è difficilissimo. Bisogna essere santi o eroi. E si capisce che siano pochi ad arrivarci.

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