NEANCHE FOSSERO UOMINI

di GIORGIO GANDOLA – “Ho parlato il linguaggio della verità”. Nella grande riserva Apache del Pd vanno di moda le citazioni di Geronimo in un B-movie. La signora senza lingua biforcuta è Marianna Madia che con distaccato aplomb femminile accusa di “cooptazione mascherata” – andiamo subito sul difficile – la rivale Debora Serracchiani, in corsa per lo stesso posto da capogruppo alla Camera.

Le donne saranno anche più sagge degli uomini ma mai quello strapuntino era stato oggetto di una simile guerra ad alta intensità.

Reazione indignata, come si permette, musi lunghi, vediamo chi vince. Il verdetto è domani. Non è stato come darle della poco di buono, ma si sa che dentro la sinistra della purezza e dei diritti è vietato insinuare il sospetto che l’avversaria sia destinata a vincere perché designata dai colonnelli in carica o in uscita. Cosa effettivamente accaduta perché Graziano Delrio – parlando sottovoce in quanto leader della corrente francescana -, ha posto a Enrico Letta una semplice condizione: me ne vado in nome della parità di genere ma decido la mia successora (come piacerebbe leggere a Laura Boldrini). Quindi Serracchiani.

Nel partito delle “responsabilità-tà-tà” le baruffe chiozzotte proseguono come se non ci fosse un domani. Il segretario Enrico II (gli storici di area ricordano la supermaschilista epopea di Berlinguer) le ha battezzate con una dichiarazione da Giovanni Malagò: “È una sana e bella competizione”. Mentre lo diceva, sorrideva in preda a paresi facciale. Perché anche in questo caso, esattamente come al Senato dove ha vinto Simona Malpezzi, a decidere se mettere sul tronetto la madonna del ‘500 con i canini affilati (Madia) o la ex contestatrice che ha cambiato più correnti di Gava (Serracchiani) saranno gli odiati ex renziani di Base Riformista.

Fanno schifo a tutti ma sono troppi per non contare e si stanno divertendo. Vengono tenuti alla larga come appestati con un curioso distinguo: loro non piacciono ma i loro voti sì. Se votano compatti, Serracchiani ha 45 preferenze sicure mentre Madia non va oltre le 25 (i Giovani turchi di Orfini, zingarettiani e orlandiani sparsi senza convinzione). Così la friulana Debora riuscirà a battere il record di poltrone contemporanee: capogruppo alla Camera, presidente della commissione Lavoro e vicesegretaria al Nazareno. Una scorpacciata per lady Tarzan, nel senso che «è saltata di liana in liana» come specifica il politologo Ettore Colombo: prima con Franceschini, poi con Bersani, renziana quando Renzi era potente, poi una pausa attorno al bivacco Lotti-Guerini. E oggi con Delrio. Anzi la successora di Delrio.

Una volta finita la guerra dei sette campanili ci sarà tempo per preoccuparsi della realtà? Non sembra perché nel frattempo è scoppiata pure la grana per la candidatura a Roma. È vero che si vota a ottobre, ma vogliamo rinunciare alle primarie in estate? È il prossimo cantiere di Letta, che dopo aver visto l’ex premier Conte ha deciso di accelerare il matrimonio con il Movimento 5Stelle verso un Nuovo Ulivo (un colpo di genio, come portare al salone di Ginevra una Tempra anni ‘90). Una gioiosa macchina da guerra che va da Leu e arriva ad Azione passando per i grillini e le sette correnti piddine. L’unico veto è per Renzi, che Enrico II considera il male assoluto più di Salvini, ricordandosi dello scherzetto di sette anni fa, quando doveva stare sereno.

Primo incaglio della Grosse Koalition: Roma. Dove Virginia Raggi si è già ricandidata, quindi va rimossa per fare spazio ai due purosangue rossi: l’ex ministro Gualtieri e l’ex segretario Zingaretti. Qui i nodi da sciogliere sono tre. Chi lo dice alla Raggi? Chi fa fare un passo indietro a Calenda che non vuole stare nella stessa stanza con i pentastellati? Chi impiomberanno gli ex renziani fra Gualtieri (detestato) e Zinga (defenestrato da loro)?

Per carità finiamola qui e pensiamo positivo, consapevoli che Jovanotti (il guru di riferimento della gauche culture) porterà consiglio. Del resto, dopo avere gettato sul tavolo l’armamentario ideologico e avere completato la rivoluzione di genere, prima o poi Letta dovrà mostrare di avere un’idea di Paese. O almeno un’idea.

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