MULTINAZIONALI STORDITE

di GHERARDO MAGRI – Il 25 febbraio scatta la prima emergenza Coronavirus dentro le multinazionali straniere. Piuttosto tempestiva direi: in Italia quel giorno ci sono “solo” 322 contagiati e purtroppo già i primi 10 morti. Da pochi giorni istituite le zone rosse. Ancora niente nel resto d’Europa.

Nella mia realtà, si crea un Round Table a livello internazionale con una ventina di direttori dei singoli Paesi, compreso il CEO. Si discutono le prime emergenze e la parte del leone la fa l’Italia, anche se in verità noi stiamo ancora prendendo le misure al mostro che sta crescendo. Tanto per ricordarci, sono i giorni dei nefasti #Milanononsiferma, copiato subito da #Bergamononsiferma.

Io porto le mie prime testimonianze dal vivo e le prime preoccupazioni sul business. I miei interlocutori stranieri mi ascoltano con attenzione, ma con un certo distacco, considerando l’affaire italiano come circoscrivibile. I cinesi raccontano la loro drammatica storia, ma la chiara sensazione è che sia davvero un problema solo loro, lontano.

La situazione cambia repentinamente in poco tempo, seguendo i ritmi del contagio. Ci sentiamo ogni due giorni e i direttori coinvolti salgono a più di 40. Si moltiplicano i tavoli di analisi per funzione. L’azienda muove tutte le pedine sullo scacchiere. La produzione, la logistica e le vendite vengono coinvolte in pieno, oltre al personale, naturalmente. Il caso Italia fa testo, i miei report diventano più dettagliati e comincia a serpeggiare l’apprensione.

Istantanea di gruppo.

I realisti: soprattutto l’Italia e qualche altro piccolo paese vicino. L’approccio è capire bene il fenomeno e guardarlo in faccia fin da subito. Previsioni tendenti al nero pece.

superficiali: tipicamente la Spagna, che ignora il fenomeno, sottovalutandolo completamente e facendo previsioni di recupero nel breve, in un modo che poi si rivelerà del tutto insostenibile.

Gli agnostici: l’area dei Paesi Bassi e la Scandinavia. Freddi e razionali come sempre, tendono a vedere come si sviluppa il fenomeno, partecipando quanto basta.

Gli isolazionisti: non solo l’UK, ma anche la Francia. Con grandi differenze, ma tutti e due vogliono dimostrare che la crisi la sapranno gestire da par loro, sostanzialmente insensibili ad atteggiamenti comuni. Sentirò un tonfo clamoroso quando dovranno rivedere brutalmente previsioni e atteggiamenti.

Gli esclusi: tutto il blocco dell’Est, dove il contagio sembra non arrivare (trasparenza delle informazioni?). Guardinghi, ma attenti all’evolversi.

La Germania: un mondo a parte, inclassificabile. Preoccupati e premurosi nei modi e nei comportamenti, ma sostanzialmente non consapevoli della drammaticità in sé. Pianificazione e organizzazione über alles. L’impressione è che finché non toccherà a loro, non sarà mai un grande problema.

E così. Siamo arrivati alla 18sima Round Table. Ormai la pandemia ha colpito duro tutte le funzioni dell’azienda. Si cerca di salvare il salvabile e di mettere insieme i cocci con una certa determinazione.

Aggiornamento dal fronte del business. L’Italia è diventata adesso l’esempio europeo da seguire: mai un primato così triste.

12 pensieri su “MULTINAZIONALI STORDITE

  1. Marco Ceresa dice:

    Caro Gherardo,

    Bell’articolo. Credo sia successo la stessa cosa in molte multinazionali.
    Adesso mi sembra che ci si stia domandando quale impatto economico avrà il Corona Virus. Credo che si debba ritornare presto a lavorare riuscendo però a salvaguardare la salute in maniera assoluta. Se stiamo fermi troppo tra disoccupazione, debiti pubblici e privati, inflazione e problemi sociali avremo degli anni in fronte a noi difficili. Di buono ci sarà solo meno inquinamento. Cosa ne pensi? Ciao. Marco Ceresa

    • gherardo magri dice:

      Sono d’accordo, bisogna riprendere le attività e riprenderci, soprattutto.
      Spetta ai chi ha responsabilità, qualunque esse siano.
      Che la lezione ci sia servita, però: lo dovremo gradualmente, con un nuovo codice e senza rifare l’abbuffata di ritorno.

  2. Luca dice:

    Articolo interessante che offre uno spaccato di come le multinazionali hanno approcciato il problema. Voglio, tuttavia, prospettarti i possibili scenari futuri, perché delle scelte passate e presenti potremmo discutere all’infinito.
    Parto dai fatti:
    1) mi sembra ormai incontestabile che la risoluzione completa del virus non sia una questione di settimane. E forse neanche di mesi. A Wuhan, nonostante un rigoroso lockdown, sono allarmati di possibili ritorni (e stanno nuovamente chiudendo).
    2) la bufala del “caldo” che elimina tutto è stata subito smentita, quindi a poco servirebbe attendere fine maggio per il caldo.
    Cosa fare, quindi? Continuare un lockdown che mette in ginocchio intere economie oppure cominciare a prepararsi ad un rientro graduale alle attività lavorative con regole chiare da rispettare, ma rischiando di esporre comunque la popolazione a nuovi contagi?
    Il rischio di un prolungamento senza data di scadenza, è che ci sarà una fetta consistente di persone non “immune”, ma immunodepresse, senza lavoro, con gravi ripercussioni psicologiche e un costo sociale altissimo, non penso tanto diverso da quello che stiamo pagando per la “cura Italia” sia sanitaria che economica. Qual è il prezzo che un sistema economico è disposto a pagare? per citarne una, Intesa ha ricapitalizzato 24 miliardi pochi giorni fa, 48 a febbraio: è l’entità di una manovra finanziaria.
    Un caro saluto. Luca

    • gherardo magri dice:

      Argomenti degni di approfondimenti economici e sociali, che non sono in grado di fare. E’ il dibattito di oggi, che ci auguriamo gli esperti affrontino in modo serio e responsabile.

  3. Luisa dice:

    Analisi veritiera. Raramente l’Italia è stata il caposcuola e un esempio da imitare ma questa volta anche se in una situazione difficilissima deve essere riconosciuta come tale.

  4. Rosella D’Ambrosio dice:

    Ciao Gherardo, tedeschi legati alle procedure e italiani flessibili e veloci. Ma ora serve pianificazione -programmazione – organizzazione – indirizzi e regole chiare da seguire – coordinamento. Solo così si può ripartire in sicurezza: ce la faremo.? Complimenti intanto a te che ti stai impegnando a far cultura con le tue belle e vere testimonianze. Un caro saluto. Rosella

    • gherardo magri dice:

      In un certo senso dovremmo diventare un po’ più tedeschi nella fase 3, cioè quella della ripresa. Io penso che ce la possiamo fare, se rinunciamo alle solite beghe da cortile o, peggio, alla resa dei conti post corona.

  5. nicola dice:

    Gherardo,
    credo che sia un po’ come tutti ci siamo immaginati che fosse l’atteggiamento dei nostri “vicini di banco”, come una classe ci sono i secchioni, i lazzaroni, i timidi, gli estroversi, i precisi e quelli meno coivolti e piu’ distaccati. Quello che ahimè manca è il maestro che deve essere capace di mantenere l’ordine, coinvolgere ed insegnare. Questo ruolo ahimè ancora è scoperto ed è il vero problema. Il maestro è super partes ed è preparato noi siamo coinvolti anche in questa tragica situazione in schiamazzi di bottega italiana ed ahimè europea, la parte piu’ tragica credo, la necessità di avere una linea da seguire soprattutto con una ripresa che sarà lunga e complicata diventa essenziale e forse aver individuato in un manager con il peso internazionale di Gubitosi il ns super partes ci puo’ far avvicinare anche ai piu’ sospettosi ed intransigenti. La speranza è l’ultima a morire.

    • gherardo magri dice:

      Il vero punto, infatti, è la mancanza di leader ispirati di alto livello, con una base solida di etica e di umanità. Sembra non ce ne siano molti in circolazione, ma in realtà se la società, le imprese, le organizzazioni in generale promuovessere queste persone, saremmo sorpresi a vedere quanti ce ne potrebbero essere, e pure all’altezza della situazione.

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