MONDO PUPONE

di LUCA SERAFINI – “Mi chiamo Francesco Totti” di Alex Infascelli è decisamente un’autobiografia insolita e sorprende dal primo frame per la nudità con cui la bandiera della Roma accetta di mostrarsi. Il film non indugia mai più di tanto sul calcio giocato, mettendo a fuoco piuttosto la fragilità e l’innata semplicità, la naturale umiltà dell’uomo prima che del fuoriclasse. Totti parla dei suoi errori, delle sue scelte giuste e sovente di quelle sbagliate, del suo amore più grande dell’orgoglio – specie nel finale, quando viene messo a fuoco il rapporto deteriorato con l’allenatore Luciano Spalletti, un ex-amico che non gli ha risparmiato mortificazioni gratuite al termine della carriera –, dei suoi affetti e dei suoi legami anteposti alle sue ambizioni.

Il percorso di immagini, testo e musica tocca i tasti emotivi di chi ne accetti la visione, perché è azzeccato l’intento di rendere il ritratto del “Pupone” credibile e puro. Per chi lo ha conosciuto non solo attraverso la pubblica immagine, viene facile rimuovere il sospetto della finzione in ogni passaggio del documentario, raccontato in prima persona: è lui che si distingue per primo e da solo tra Francesco e Totti, senza mescolare i sentimenti per la famiglia, gli amici, la moglie e i figli con quelli per la Roma e per il calcio, pure travolgenti. I ricordi dell’infanzia da bambino timido e quasi sfigato, riscattato dal talento nel pallone, accompagnano tutta la rivisitazione indugiando sulla nostalgia che si riaffaccia nelle immagini e nelle parole che chiudono il film.

Francesco Totti è stato una bandiera unica nel panorama dello sport italiano più popolare, perché immerso nella realtà romana grazie al legame profondo con le sue radici e la sua città, persino nel linguaggio: il testo non risparmia alcuna inflessione dialettale, qualcuna colorita senza infastidire. L’enfasi tipica del calcio, con cui quasi sempre si accompagnano le gesta dei fuoriclasse, nel caso dell’ottavo re di Roma non è mai stata percepita come forzatura. Per un quarto di secolo nei bar, nei ristoranti, nei negozi, sui taxi, per la strada, la Capitale dal sangue giallorosso si è nutrita (oltre persino all’amore per la squadra) del suo capitano, il quale non nasconde mai il suo “odio” verso la Lazio, che testualmente definisce “la terza formazione cittadina dopo la Roma e la Lodigiani”, con una licenza magari poco sportiva, ma che forse anche qualche tifoso laziale sarà disposto a sopportare.

“Mi chiamo Francesco Totti” è un’operazione cinematograficamente riuscita, al di là di qualche lacuna narrativa e di alcuni approfondimenti che meritavano un pochino di spazio in più, grazie soprattutto al suo protagonista: sono loro, infatti, Francesco e Totti, l’uomo e il personaggio perfettamente riusciti nella vita di Roma e nel calcio italiano.

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