MILANO, DAMMI UN SEGNALE

di GHERARDO MAGRI – Per uno studente universitario di Bergamo, negli anni Ottanta, Milano è una destinazione molto ambita per trovare lavoro, soprattutto se cerca qualcosa di stimolante, di nuovo. Distante solo cinquanta chilometri, sembra però lontanissima, come andare all’estero, in Europa o addirittura oltreoceano. La regola imperante di quel tempo è trovarti il classico impiego sotto casa, le offerte di lavoro sono copiose.

Eppure, l’attrazione è forte, anche se ci vuole un po’ di coraggio per tentare l’avventura. Al secondo colloquio, rispondendo alle inserzioni del “Corriere della Sera”, quel grande “Corriere” di allora, faccio centro. Vengo assunto nel marketing e mi butto nella mischia. Parto e decido comunque un mio compromesso storico: Milano per lavoro, Bergamo per viverci. Comincia così un lungo percorso da pendolare che dura tuttora da 39 anni: non mi sono mai pentito nemmeno per un secondo.

Il fortunato spot di un famoso amaro rappresenta benissimo la Milano di quel decennio: tutta da bere. E da correre. Per un provinciale come me, tra l’altro cresciuto sul confine estremo e arroccato della Repubblica Veneziana – acerrima nemica per secoli del Ducato -, è come salire su una giostra. Attività frenetiche, la città pulsa di energia, traboccano bar e negozi, splende una vivida luce di crescita e di voglia di fare. I paninari imperversano.

Il Milan prende a schiaffi l’Europa intera con la rivoluzione Sacchi. L’orgoglio di appartenere a quell’Italia me lo porto a casa tutte le sere e lo sfoggio ad amici e parenti.

Gli anni Novanta si caratterizzano ancora per grandi novità tecnologiche di business e di forti spinte, sullo sfondo però di Mani pulite, che demolisce a colpi di processi la prima repubblica, guarda caso fatto esplodere da un pool di giudici milanesi. La città è sempre avanti, in tutto. E’ il tempo della scoperta dei telefonini portatili, con la grande intuizione della tariffa family, che fa decollare i cellulari (pesanti come mattoni) come nuova moda accessibile a tutte le tasche. Ci innamoriamo della nuova tecnologia e ci facciamo trasportare nelle trappole della new economy.

Infatti, entriamo nel nuovo millennio con la febbre delle start-up. Fioriscono società e idee che sembrano mettere in soffitto definitivamente l’era analogica e, con essa, le generazioni precedenti, colpevoli solo di essere nate prima. Ce li ricordiamo bene (in primo luogo nelle aziende) gli imberbi rampanti che parlavano un linguaggio incomprensibile ai più. Non ci dimentichiamo di certo anche il fragore delle esplosioni di tantissime cosiddette bolle, che hanno lasciato una scia di fallimenti e disoccupazioni sanguinose in tante aziende. Un’ubriacatura che vede Milano protagonista, come incubatrice ideale – ovviamente – del nuovo. La capitale finanziaria d’Italia però non si abbatte e continua a trainare l’economia con i suoi capisaldi della moda, della manifattura di qualità, del lusso, del mobile e con le sue belle fiere di livello internazionale.

A Milano però non basta, decide di diventare più bella, negli anni si rifà il trucco e – colpo decisivo – si aggiudica l’Expo nel 2015. Un trampolino di lancio nel mondo, l’ambizione è sfrenata. A parte la falsa partenza con il vergognoso commissariamento, la manifestazione è un grande successo per la città e per il suo sindaco. Si crea la downtown di Porta Nuova con i suoi primati (grattacieli più alti d’Italia – 231 e 143 metri – per uffici e residenziale, rispettivamente), si sistemano i parchi, le piazze rinascono e le metropolitane avanzano.

La città, con i suoi 200 miliari di dollari di PIL cittadino, si piazza quarta in Europa, solo dopo Londra, Parigi e la regione tedesca della Ruhr. Il sindaco firma accordi sull’ambiente con colleghi di altre metropoli mondiali, promuovendo l’immagine meneghina. Sia pur in un quadro economico decadente.

Poi arriva il Coronavirus. Il “modello Milano” così lanciato non può certo fare sconti a nessuno. E così nasce  #milanononsiferma, primo vero colpo  alla sua reputazione. Ne seguiranno molti altri di diversa intensità, che sottolineano incertezza, incoerenza e incompetenza. Gli amministratori pubblici di tutti i partiti non si dimostreranno all’altezza delle aspettative dei loro cittadini – col coeur in man, quelli sì – e (almeno) delle mie. Eppure neppure stavolta smetterò di fare il tifo, lo faccio da quattro decenni e sempre lo farò: perchè Milano è la città che amo.

Chiudo gli occhi e, per un momento, mi proietto nel mio ufficio. Dalle grandi finestre vedo bene lo skyline di Porta Nuova, simbolo del rilancio. Come se non bastasse, ho fatto realizzare fotografie su tela di alcuni scorci originali che ho appeso sulla parete di fronte: i navigli, la stazione centrale, la Galleria e la Madonnina con dietro le montagne innevate. In questo modo, devo solo alzare gli occhi dalla mia scrivania per godermi queste belle immagini.

Purtroppo, oggi, le vedo sfuocate. Non riesco ad apprezzarle come di solito. La vista di Milano si è appannata, per la prima volta dopo tanto tempo. Lo ammetto con grande malinconia e tristezza, ma è così. Ho bisogno di nuovi segnali dalla città, vorrei che si riprendesse e che si distinguesse di nuovo. Magari per quell’umanesimo illuminato che sembra aver perduto.

 

5 Risposte a “MILANO, DAMMI UN SEGNALE”

  1. Splendido ed interessante scenario dell’evoluzione di Milano degli ultimi tempi.
    Attendiamo con fiducia i segnali che, sicuramente, la città ci riserverà.

  2. Bello e sapiente questo profilo malinconico ma sorridente di Milano.
    L’ho sempre percepita come un grande mostro buono, ora mi fa quasi un male fisico il suo vuoto. Come un fantasma furbo e impaziente si aggira tra i vicoli, attraversa muta le piazze cercando quel fermento che le da respiro, ma inciampa solo in uno sconosciuto silenzio. Quello che mi piace è che ha gli occhi vivaci di un bambino nel cercare un gesto, un piccolo movimento. Perché i suoi luoghi d’arte, i suoi palazzi di stoffe, le sue colonne di carta, le sue botteghe di numeri e parole, vivono solo se si agita e se può fare confusione. Solo se indossa gli occhiali da sole al primo raggio sui muri, solo se sente sbattere enormi mazzi di chiavi. Se sconta per prima l’ultimo i-phone, se ti da poco retta e va via distratta. La sua essenza è tutta li, vivere vestita sempre a festa, perfetta e operosa, magnifica gazzella. Ora non ne può proprio più di stare distesa ad aspettare tra le acque invisibili, o seduta in cima a grattacieli scrutando segnali. Perché è proprio lei che attende, la sua anima non è fatta da chi decide. E’ fatta da chi, come dice lei, ne fa un luogo di umanesimo reale, di illuminate prospettive. Una città fatta da persone che la osservano la mattina presto, quando accende le sue luci e comincia a danzare.

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