PICCOLI, UN PAPA DEL SET

di TONY DAMASCELLI – Monsieur Piccolì è un bugiardo. Per due motivi. Innanzitutto perché ha salutato tutti martedì dodici di maggio e lo ha fatto sapere sei giorni dopo, lunedì diciotto. Eppoi, perché lo aveva annunciato lui stesso: “voglio vivere la metà dell’eternità”.

Se n’è andato prima, molto prima, a novantaquattro anni che, tuttavia, rappresentano l’eternità per uno che se l’è spassata, sul set dicono ma chissà se anche altrove, con la Bardot e la Schneider e la Deneuve, tanto per dire. Ma non è stato questo il suo ruolo di attore, sì charmant e charmeur ma non certo dragueur, per restare nella lingua dei gigolò.

Michel Piccoli ha vissuto nei suoi sogni, come ha titolato il libro di memoria, ha recitato in duecento film, non è mai stato trasparente come altri sodali suoi, ha scoperto il cinema a trent’anni ma amava i cinematografi da quando era un pupo e già recitava per i parenti, un po’ francesi, un po’ italiani, come il cognome segnale. Oltre alle donne mille è stato amato dai registi migliori, Bunuel e Hitchcock, Godard e Melville, Resnais e Carax, per andare alla conclusione da contrappasso, con Nanni Moretti che ha fatto indossare a lui, ateo a prescindere, il candido abito del pontefice, un altro travestimento, restando uguale ad altre cento, duecento interpretazioni. Uguale ma non identico, perché la sua voce, dico quella originale, aveva pause perfide e quel timbro che avvolgeva qualunque donna gli si parasse davanti, fossero anche le natiche di BB come accadde ne “Il disprezzo” diretto da Godard, tratto dal romanzo di Moravia, con il titolo francese Le Mepris: “…ti piacciono le mie caviglie? le mie ginocchia? E le mie cosce? E il mio seno? E le mie chiappe?”.

In quel film, Michel Piccoli stava, sui cartelloni, al terzo posto dopo la blonde la plus belle e Jack Palance ma i critici e il pubblico intuirono di avere a che fare con un altro futuro monumento dell’arte cinematografica.

Comunista di idee e di azione, non concesse credito alla trasformazione politica e ideologica di Ives Montand, che lui considerò un arrivista, troppo gonfio, pieno della sua grandezza. Tre matrimoni, la storia lunga con Juliette Greco, i giorni passati a St. Paul de Vence, là dove puoi ritrovare, nelle fotografie in bianco e nero, ai muri de la Colombe d’or, frammenti fascinosi, Montand e Simone Signoret dotati di improbabili cappelli, Prevert solitario e Chagall che a St. Paul visse per vent’anni, Lino Ventura, chino in un lancio di boccia al pallino (la pétanque).

Dell’esistenza di Piccoli, non esibita ma quasi ambigua, resta una frase, tra mille, che riassume l’attore e l’uomo, relativa al rapporto con Romy Schneider: ”Non l’ho amata ma abbiamo avuto la lealtà di ammettere di avere avuto comportamenti non del tutto onesti”, un amore di contrabbando (Paolo Conte), qualcosa ancora di misterioso, lungo la carriera e la vita che lo hanno reso leggenda, senza aver ottenuto, mai, il massimo dei riconoscimenti del cinema francese, il Cesar (quattro candidature) e mai, ovviamente, l’Oscar, però di avere trovato l’affetto italiano e il David di Donatello per Habemus papam di Moretti. Ha girato l’ultimo film sei giorni fa. Senza spettatori.

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