MARINA OVSYANNIKOVA, NON E’ UN VIDEO PER PRENDERSI LIKES

E’ un periodo in cui abbiamo bisogno di eroi. L’ammirazione che proviamo per loro in qualche modo ci rassicura. Eroe Volodymyr Zelensky che con i suoi video e la sua comunicazione si fa notare per il sangue freddo, il patriottismo asciugato dalla retorica e la comunicazione perfettamente mirata a far sentire noi europei del tutto coinvolti (se non responsabili) dei guai che sta correndo il suo Paese. Eroina Marina Ovsyannikova, giornalista del Canale 1 della tv di stato russa, che ha deciso di spezzare l’informazione pre-approvata dal Cremlino con un’irruzione coraggiosa, autenticamente coraggiosa, ben diversa dai video d’oggi che devono colpire solo per fare il pieno di likes: è infatti riuscita ad apparire in video per qualche secondo con un cartello recante un messaggio rivolto ai suoi connazionali: “Fermiamo la guerra. Non credete alla propaganda. Qui vi stanno mentendo”.

Alla notizia della sua azione di disturbo (e del suo arresto) mi sono chiesto se, qui da noi, qualche giornalista avrebbe avuto il coraggio di fare lo stesso. E’ facile, davanti alle tante, evidenti lacune della categoria sostenere che no, non se ne parla: la stampa, qui, difetta troppo di auto-indulgenza per immaginarla porgere il petto alle pallottole della repressione. Ma forse è un pensiero ingeneroso: ci sono tanti giornalisti con la schiena dritta e tante persone pronte a sorprenderci nei momenti più difficili. Anche qui, anche tra noi.

E’ il teatrino pubblico del nostro Paese a stendere una cortina fumogena davanti alle buone cose e alle brave persone che ancora esistono. Se pensi, qui, alle incursioni televisive ti viene in mente per forza la faccia di quel Paolini incursore odiatissimo dai mezzibusti della sera, oppure, immagine più lieve, le turbe di tifosi che circondavano Luigi Necco al San Paolo per i collegamenti da Napoli di “90° minuto”. Chissà, forse un giorno anche qui vedremo un’incursione vera: magari quella dell’inviata de La7 Alessandra Sardoni che, esibendo un cartello, ci implorerà di liberarla una volta per tutte dalle “maratone” del direttore Mentana.

Si scherza, ma non hanno scherzato i poliziotti che hanno preso in custodia Marina Ovsyannikova e l’hanno trattenuta e interrogata per 14 ore prima di lasciarla andare. Quattordici ore in balia di un potere assoluto, in grado di decidere qualunque cosa, di imporre qualunque grado di sanzione, dal carcere all’indulgenza.

Le autorità, alla fine, hanno scelto proprio l’indulgenza (almeno per ora: il processo andrà avanti e rischia anni di carcere): una multa di 30.000 rubli (circa 250 euro), certo poco compatibile con l’immagine che già andavamo formando nelle nostre teste della signora trascinata in catene verso la Siberia, un film composto unendo pagine di “Arcipelago Gulag” a fotogrammi del “Dottor Zivago”. I capoccioni del Cremlino sono impietosi, ma non stupidi: con tutta probabilità non hanno voluto aggiungere tinte fosche a un caso ripreso dalla stampa di tutto il mondo.

La loro indulgenza non basta però a qualificarli per benigni. Basta infatti seguire la narrazione che i media di Stato russi danno non solo della guerra, ma della cronaca e della politica, interna ed estera, per rendersi conto di quanto sia pesante la mano della censura e a quali livelli si spinga l’arte della manipolazione. Al confronto, i reporter dei media americani più smaccatamente conservatori o più sfacciatamente “liberal” si attengono a un rigido codice deontologico.

Con mossa sbagliata, in Europa i canali d’informazione di rigida osservanza putiniana sono stati oscurati. Eppure, bastano cinque minuti davanti alla contorta e tendenziosa narrativa abitualmente spacciata da canali come RT Russia per vaccinare (quasi) chiunque contro la “visione” moscovita del mondo. Oggi questo non è più possibile ed è un peccato: sarebbe stata anche l’occasione per scoprire se la sortita di Marina Ovsyannikova produrrà qualche effetto concreto, per assistere – chissà – all’emergere di un poco di pluralismo perfino nei canali più tenacemente governativi. A costo di arrivare a infliggere ai russi il tormento quotidiano di “Porta a porta”.

 

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