MA QUALCUNO CHE TRASGREDISCA CON UNA BELLA CANZONE?

E se, per dire, la vera trasgressione a Sanremo fosse presentare anche una bella canzone? La fulminea semplicità della domanda è tutta di mio marito che, osservatore occasionale del festival, intercetta uno o due brani a tavola, all’ora di cena, e terminato il pasto fa scelte televisive diverse.

Ma anche io, che invece il festival lo guardo tutto dall’inizio alla fine, non posso che esser d’accordo con lui.

Troppo facile stupire autobattezzandosi come Achille Lauro, o infarcendo il testo della propria canzone con tanti “lati B” gridati in favore di telecamera, come fa La rappresentante di lista (che poi lo sapete che sono un duo, vero?).

E di esempi ne potrei fare tanti, attingendo non soltanto a questa edizione di Sanremo, ma guardando anche agli anni passati.

Il punto è che, pur essendo le note musicali sempre e solo sette, ci vuole perizia per ordinarle in maniera eccezionale. E ci riescono in pochi.

“Festival della canzone italiana”, così recita il sottotitolo di Sanremo. In realtà sembra in tutto e per tutto un’edizione anticipata del Carnevale di Viareggio.

E d’un tratto mi torna in mente una delle esibizioni di Mango, compianto è bravissimo cantautore, nonché autentico poeta, che, prima di intonare “Lei verrà“ sul palco dell’Ariston, diede un avvertimento al pubblico. Disse: “Vi chiedo di fare una cosa: non guardate me. Chiudete gli occhi e concentratevi sulla canzone”.

Ecco, se in queste sere sanremesi facessimo così, non credo che resisteremmo molto e cambieremmo rapidamente canale.

La trasgressione in diretta, nei gesti, nell’abbigliamento, dovrebbe essere consentita soltanto a patto che sia proposta dal vero artista.

Definitivo il commento dell’”Osservatore Romano” (rilanciato via social in queste ore) a proposito del già citato battessimo di Achille Lauro; il cantante è stato definito, in sostanza, un signor nessuno rispetto al gigante David Bowie che recita il Padre Nostro in ginocchio sul palco.

E anche questo fatto mi sblocca un ricordo (come è di moda dire oggi): ho frequentato le scuole medie negli anni ‘80, in un istituto pubblico nel quale vivevano però ancora atmosfere da primo dopoguerra. Tutti gli studenti dovevano indossare il grembiule nero, le ragazze lungo, i maschi un giacchino con cerniera. La trasgressione lì era far emergere un colletto colorato sovrapponendolo a quello bianco della divisa, e se qualcuno osava mettersi il gel nei capelli apriti cielo. Se però il trasgressore in questione era un asso a scuola, tutto o quasi gli era consentito.

Ecco, a Sanremo direi che potrebbe valere la stessa cosa: se sei David Bowie ti puoi anche permettere qualche crocifisso in più, ma se ancora non sei nessuno, devi emergere prima di tutto con l’ordine che darai alle sette note sette.

Quest’anno tira una brutta aria. Non è per niente sicuro che persino il vincitore, incoronato sabato sera da Amadeus, riesca a stupire con questa semplicissima, e a un tempo complicatissima, trasgressione.

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