MA NON POSSONO PASSARLA LISCIA

di CRISTIANO GATTI – Anche questa è Italia. L’Italia dei ristoratori – pochini – che hanno deciso di aprire contro i divieti. Il “Corriere.it” propone un video-reportage nel ristorante “Parrilla”, Milano, Corso Sempione, zona di bella gente e bella vita. Il locale aderisce fieramente alla protesta #IoApro. Quasi 90 clienti a cena. Balli, canti, cori. Scollature, orologi di marca, barbe rasate al modo dei Clooney. Clima abbastanza diverso rispetto a quello che incombe nell’altra Italia, la nostra, di noi pecoroni servi e schiavi, che ancora stiamo a sorbirci i Dpcm. Clima abbastanza diverso da quello diffuso – che so – tra gli infermieri e i medici veneti con il pannolone, perchè non hanno tempo di svestire gli scafandri e andare in bagno.

Siamo in democrazia, doveroso spazio alle spiegazioni davanti ai microfoni, bisogna ascoltare tutte le campane, tutti hanno diritto di esprimersi liberamente:  “La pandemia non è come ce la raccontano – dice Mary, titolare del locale – protestiamo per riprenderci la dignità e il lavoro che ci hanno tolto”. Tra i tavoli, alcuni tizi che dimostrano di saperla lunga, molto più lunga dell’italiano medio, ottuso e suddito: “E’ un atto simbolico per far vedere che ci siamo rotti i coglioni”. L’altro, poco più in là: “Mi pare che stiamo protestando in modo pacifico, decoroso, dignitoso”. I morti? C’è una spiegazione per tutto, anche per i morti: “Tanti non sono per Covid, ce la raccontano”.

La titolare difende il suo lavoro, i clienti difendono il diritto costituzionale alla mondanità: interessi convergenti.

Comunque lo si giri, è un momento di storia italiana che non dovrebbe passare via tanto alla liscia. Magari facendo finta di niente, magari dicendo sono altri i problemi. Tuttalpiù potremmo passare via noi, in sede di quattro chiacchiere tra amici nelle videochiamate, senza prendere sul serio questa rivolta attovagliata. Ma è un rischio enorme se la buttano in banale fatto di colore le cosiddette autorità preposte. Lì dentro, in quel ristorante e nei pochi che hanno riaperto come sfida, non va in scena un semplice fatto di costume. Lì dentro, si commettono reati. E allora il nostro Stato ci deve chiarire: siamo a posto noi, pecoroni e ottusi, che continuiamo a rispettare le regole, tra immani sacrifici e insopportabili stanchezze, o sono a posto loro, i goderecci del liberi tutti, liberi dal lockdown, ma soprattutto liberi da regole, leggi, divieti.

Qui non è più il caso di perdere tempo per stabilire cosa sia giusto fare o non fare, in area Covid. Ci siamo consumati per mesi e mesi, su questi temi. Adesso ci sono decaloghi precisi, che tutti devono rispettare, in attesa del vaccino. Punto. E allora quelli là della bella vita, contro tutto e tutti, prima ancora contro la salute collettiva, non possono passarla liscia. Non è una ragazzata. Non è un cinepanettone. E’ una provocazione che rischia di seminare in giro per la società un nuovo virus, più letale del Covid: l’idea che chi rispetta le regole è un idiota, chi le infrange è un semidio. Uno è un suddito, l’altro è un intoccabile.

Evidente: se è così, non va bene. Non sta in piedi. Crolla tutto. Ognuno diventa libero di raccontarsela e di agire come gli pare, impunito e felice. Ma non è libertà: è caos.

Se là a Roma hanno lo sguardo sull’ombelico della crisi di governo, tutto attorno rischia di diffondersi l’epidemia dell’egoismo. Ci deve essere qualcuno – un prefetto, un questore – che ancora sia capace di cogliere il potenziale eversivo della simpatica cenetta contro i Dpcm. Se niente succederà, dopo l’indimenticabile serata dei “Parrilla”, sia chiaro allora che ha ragione l’altra Italia, l’Italia vanziniana del Coviddi non ce n’è. Ci faccia sapere, lo Stato, da che parte sta. Anche solo per regolarci.

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