MA IO, DONNA, LO DIFENDO

di ELEONORA BALLISTA – Dunque sembra che l’ultimo Montalbano, quello del “Metodo Catalanotti”, abbia sollevato una certa indignazione per il suo avere rotto per telefono il fidanzamento con la storica fidanzata Livia Burlando.

Anzi, per avere lasciato che fosse lei, esasperata, a dire, come parola definitiva “va bene, finiamola qui”.

“Pavido”, lo ha definito Massimo Gramellini sulla prima pagina del “Corriere della Sera”. E anche il collega Pier Augusto Stagi, qui su altroPensiero.net, non è tenero, ed inquadra il commissario più famoso d’Italia nello stereotipo di uomo “pomicione” attento, prima di tutto, ai propri bisogni.

Che la fine della storia con Livia fosse attesa è faccenda rilevata anche da Aldo Grasso, che soltanto per eleganza di critica evita di sottolineare il coro di “era ora!” che, secondo lui, si sarebbe levato nella notte di lunedì al momento della fatidica telefonata di Salvo dal terrazzo della casa di Vigata.

Per inciso, confermo la sensazione di Grasso: io sono fra quelli che hanno pronunciato a voce alta il fatidico “era ora!”, ma nel mio caso credo che la questione sia strettamente collegata ad un mio personalissimo “non amore” per Sonia Bergamasco, l’attrice che interpreta Livia.

Ma cosa è successo a Montalbano?

Mi permetto una lettura da donna, senza la pretesa ben inteso di ergermi a depositaria di una verità che soltanto Camilleri potrebbe raccontare.

Il commissario, non più giovanissimo e cristallizzato dentro un rapporto senza più emozione e che va avanti per abitudine, resta travolto dalla freschezza inattesa di una giovane collega.

Con lei è tutto nuovo, tutto ancora da scrivere. Ed è, altresì, tutto molto incerto.

Tanto imprevedibile, quanto pericoloso. E il mix è oltremodo affascinante.

Ma Salvo non ha più 18 anni, quell’età perfetta per incrociare questo vento di follia che, in quel caso, si traduce soltanto in magia da vivere tutta d’un fiato.

E’ un uomo fatto, che ha costruito tante cose, quasi tutte in coppia con Livia, seppur a distanza.

E’ infatti lui stesso a definirla, parlando con Antonia la nuova fiamma, come una compagna, una moglie, una donna che da anni fa parte di lui.

E allora, che fare? Lasciare un “certo” che ha sicuramente qualcosa di buono da offrire, per un “incerto” con cui ci si potrebbe fare molto male, ma col quale si tornerebbe in pieno a “vivere”?

D’altro canto, e data l’età, certe emozioni così intense potrebbero essere le ultime che si provano… Ma se poi si spegnesse tutto in un fuoco di paglia e si fosse condannati a nutrirsi di ricordi?

Antonia, invece, cosa fa? Vede sgretolarsi le sue granitiche convinzioni di giovane donna in carriera che pensa che la famiglia possa attendere, ma se la gioca, e alla fine scende dal treno. Lei, però, rischia meno di lui. E lo sa.

Il lungo silenzio di Montalbano al telefono che ascolta una Livia attonita, arrabbiata e, infine, delusa, contiene tutto questo travaglio interiore.

Il travaglio di una persona che non trovo affatto pavida; al contrario, è profondamente combattuta.

Sarebbe stato facile, e da uomo “senza scrupoli”, chiamare Livia e dirle, semplicemente, è finita.

Ma lui non ce la fa, non può farcela. E’ un’onestà intellettuale profonda che glielo impedisce.

Fossi stata in Livia, certo, non lo avrei mai perdonato.

Ma col tempo, questo sì, avrei capito.

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