MA E’ ANCHE L’ANNIVERSARIO DELLA NOSTRA STUPIDITA’

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di CRISTIANO GATTI – Siamo tutti a ciglio umido. Un anno esatto dall’inizio di tutto quanto, dell’inferno su questa terra senza nemmeno preavviso. Per qualcuno è un dolore che sa di morte, per una certa massa bruta e brutta è un dolore che sa solo di rinuncia e privazione, quest’estate le discoteche, ora la settimana bianca, nel mezzo feste e ritrovi beoni sull’orlo del burrone.

Tanta commozione per i reportage dai posti dove tutto è iniziato, interviste ai pionieri e ai reduci, microfoni aperti a familiari e sopravvissuti. Il primo caso, il primo infermiere, il primo medico. Eccetera eccetera. Qualche lacrima per Mengoni che canta da Piazza Vecchia, la wonderpiazza di Bergamo, città da un anno definita epicentro (parentesi: venero Lucio Dalla sin da ragazzo, è la prima volta che sento “L’anno…” in falsetto, non male, comunque niente di paragonabile alla voce calda e pastosa del mio mito, lui con l’altro Lucio, senza bisogno di cognomi).

Divagazioni a parte, in queste ore si avverte il respiro possente del ricordo, un respiro che tiene in vita il mondo, se il ricordo ha un senso e un peso. Lo diciamo e lo ripetiamo ai nostri ragazzini prima di portarli in gita educativa a Dachau, per vedere di persona quanto può essere satanico l’essere umano: la memoria è fondamentale – ripetiamo loro – per evitare che certe cose si ripetano. mai più, mai più.

E allora lo dico anche con uno sbocco di sana rabbia: tutto questo rituale delle commemorazioni per un anno di Covid resteranno vuote e insulse se continueremo a rimuovere quello che non ci piace ricordare, quello che vogliamo sbrigativamente rimuovere, quello che in fretta e furia vogliamo spazzare sotto al tappeto. Non è un ricordo sano, non è un ricordo leale. Non è un ricordo giusto. Per essere un ricordo vero, non deve tralasciare niente, nemmeno il lato in ombra della nostra memoria. Altrimenti è un rito ipocrita e meschino, una colpevole messinscena che serve solo alla nostra gratificazione, per sentirci tanto buoni e tanto umani. Un’operazione egocentrica, non una profonda e disinibita meditazione su ciò che è stato.

Dunque, largo ai buoni sentimenti, ma largo anche a dell’altro: la nostra ottusità e la nostra stupidità. Lo scrivo da Bergamo, dall’epicentro, a poche centinaia di metri dalla piazza di Mengoni e del suo omaggio canoro: proprio da qui, chiedo che non si scordi nulla, certo non i morti e le sofferenze, ma nemmeno la vergogna di quelle prime settimane, in cui tanti di noi hanno messo davanti il calcolo e l’interesse, ritardando le prime mosse di sicurezza generale, addirittura irridendole con aria di superiorità, sempre in nome della cultura operosa e palancaia così orgogliosamente esibita per celebrare i primati economici, in questo caso boomerang spaventoso e letale per tante famiglie di queste terre.

Ci piaccia o no, un anno dopo è l’anniversario anche delle nostre colpe. L’anniversario della nostra piccineria interessata, della nostra avidità, della nostra aridità spirituale. Non dobbiamo nasconderlo. Non dobbiamo fingere di dimenticare. Non dobbiamo disinvoltamente oscurare sulle note di Lucio Dalla, compiacendoci della nostra sensibilità. Dov’era, dove l’avevamo nascosta, questa stessa sensibilità, un anno fa? Cosa ne era di questa sensibilità quando invitavamo la gente a non cadere nelle puerili paranoie, spingendola a tornare nei negozi, nei ristoranti, nelle fiere, per non danneggiare il nostro tessuto economico, valore primo e assoluto che nessuna paturnia sanitaria deve mai incrinare?

Non voglio tirarla in lungo, anche perchè smuovere davvero certi ricordi mi porterebbe a scrivere per ore. Mi farebbe pure bene, probabilmente, buttare fuori un anno di macerazioni. Ma meglio fermarci tutti quanti sull’unica verità che ci sovrasta, più forte e più pesante dei rituali compiaciuti e delle commemorazioni farisee: stavolta non basta la lacrima scontata di un qualsiasi anniversario, stavolta bisogna riconoscere senza mascherare nulla che è passato un anno esatto anche dal grande show della stupidità umana.

Vale oggi, vale sempre: se non si ricorda tutto, fino in fondo, lealmente, il ricordo è vuoto, finto, banale. E soprattutto inutile.

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2 commenti su “MA E’ ANCHE L’ANNIVERSARIO DELLA NOSTRA STUPIDITA’

  1. Antonio Defabianis il said:

    Purtroppo non è cambiato niente, quando si scende sotto certe soglie di contagi e morti, si riparte con i ristoranti la sera (ciao coprifuoco), teatri, palestre e via dicendo, io sono disgustato

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