MA CHE LAGNA QUESTI ARTISTONI CHE STRONCANO I LORO (NOSTRI) SUCCESSI

È proprio vero, ad un certo punto le canzoni sono nostre. Non solo entrano a far parte della nostra vita e ci rappresentano, ma sono di nostra proprietà, non più di chi li ha pensate e prodotte.

Una bella colonna sonora, un testo, così come una poesia, alla fine diventano in automatico patrimonio dell’umanità, perché siamo noi a tenerci nello scrigno del nostro cuore le cose più belle, quelle che più ci appartengono. E poco importa che ci siano eredi che si oppongono, che si mettono di traverso, che esigono per decreto legge l’oblio, come per le canzoni eterne di Lucio Battisti. “Una donna per amico” o “Acqua azzurra acqua chiara” della pregiata ditta Mogol-Battisti è roba nostra.

A maggior ragione quando sono gli stessi autori a ridimensionare il loro talento, le loro canzoni, i loro successi planetari, e ne se escono come Bono Vox, che qualche giorno fa non se le è mandate a dire, ricoprendosi di fango e forsanche di ridicolo, definendo la sua voce nei primi brani «imbarazzante», così come infelice ha definito la scelta del nome stesso del gruppo. «M’è capitato d’essere in auto quando in radio è passata una delle nostre canzoni e sono diventato rosso dall’imbarazzo». Grazie di cuore, da parte di chi, come un allocco, considera voi degli U2 un gruppo di livello planetario, da 45 anni. Un gruppo planetario che dopo oltre 200 milioni di dischi venduti si prende gioco di noi.

Mai contenti, questi artisti. Anche John Lennon, ad esempio, odiava la sua voce, al pari della hit dei Beatles, “Let It Be”: «Non so cosa avesse in testa McCartney quando l’ha scritta, non ha niente a che vedere con noi». E sulla stessa falsa riga anche i leggendari Pink Floyd, che a proposito di “Atom Heart Mother”, non sono stati di certo leggeri: «È un mucchio di rifiuti, lo realizzammo in una fase discendente» (David Gilmour). E perfino “Stairway To Heaven” dei Led Zeppelin non è stata risparmiata dai suoi autori: «Mi verrebbe un attacco di orticaria se a ogni concerto dovessi eseguirla», disse Robert Plant nel 1988.

E in Italia? Francesco De Gregori per anni ha ritenuto “La donna cannone” «troppo melodica» e con “Viva l’Italia” ha un rapporto di odio e amore. Lo stesso Claudio Baglioni, che deve tutto a “Questo piccolo grande amore”, per anni l’ha subita, cantandola malvolentieri o stravolgendola.

La lista è lunga, e come per un fare snobistico molti artisti sembra che vogliano ripulirsi da un successo popolare e globale, che dà loro fastidio e li mortifica nel loro essere artisti. Come a dire: per l’ennesima volta, non avete capito niente. Forse dovremmo limitarci ad ascoltarli, o semplicemente togliere da sotto i loro nasi il microfono, subito dopo che hanno cantato.

 

 

Un pensiero su “MA CHE LAGNA QUESTI ARTISTONI CHE STRONCANO I LORO (NOSTRI) SUCCESSI

  1. Wanda Bayslak dice:

    Secondo me sono tutti troppo vecchi e osannati da troppo tempo. Sputare nel piatto in cui hanno mangiato per decenni è inaccettabile.

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