MA ALLORA E’ UMANO

di PAOLO PAGANI – Aveva esordito nel 1990, quarant’anni prima di scendere in campo, pubblicando come Silvio Berlusconi Editore, primo volume della collana Utopia, l’”Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Edizione limitata, elegante copertina bianca e bordi rossi con il cartiglio del Biscione reso famoso dalle sue reti tv. Adesso su eBay una copia occhieggia vintage sui 75 euro. Prefazione sua. Il Cavaliere come Erasmo, teologo e umanista del ‘500, vagheggiava un futuro visionario. Per sé e per noi. Scriveva della bellezza utopica dell’impossibile. Lo raggiunse. Nel business e in politica, storia nota. Rivendicava la temerarietà, il desiderio di imprese quasi più grandi della vita. Solo quello dava un senso alla vita: il coraggio, la visione (poi, a Milano, si tolse la “e” finale per essere più chic), il rovesciamento dei paradigmi, dell’esistente, del senso comune.

Sono passati trent’anni tondi da allora. Lo stesso uomo, lasciando l’ospedale San Raffaele dopo 12 giorni di ricovero blindato e assidue cure anti Covid, giorni e notti pieni di paura, con le scuole appena riaperte, a quasi 84 anni legge davanti alle telecamere queste righe: «L’Italia deve andare avanti ma si osservino rigorosamente le regole, nel rispetto di amici, genitori, insegnanti e nonni. Questa è una malattia grave e insidiosa. Il pericolo non va sottovalutato». L’uomo col sole in tasca, l’imprenditore erasmiano che invocava il lavacro nutriente della pazzia per fare progredire l’umanità, mostra di colpo una razionalità rara di fronte alla malattia.

Quant’è lontana l’immagine briatoresca dei negazionisti da balera. Com’è diverso l’atteggiamento della sua stessa cerchia, persino degli alleati politici: Salvini, Meloni, quelli che manifestano senza mascherina.

Silvio Berlusconi, scottato dal terrore di non farcela, condizionato come forse mai prima nella sua vita spavalda dal principio di realtà, scopre d’essere un vulnerabile signore di 80 e passa anni. Già nel pieno dell’estate, protetto innanzitutto dalla primogenita Marina, si era sottoposto come il più ipocondriaco di noi a tamponi di controllo a raffica. Lo staff aveva controllato giardinieri e segretari pur di tenerlo alla larga dal corona, manco si trattasse del temibile, omonimo Fabrizio.

Rispetto delle regole, prudenza. Detto da Silvio, da Cavaliere con qualche macchia ma di solito, sempre, senza paura. L’uomo scopre la ragione. L’ha vista brutta. Ha capito eccome.

In altri tempi, come fece con l’avversario Luigi Spaventa, avversario di collegio alle prime elezioni, avrebbe magari apostrofato il virus: scusi, ma lei quante Champions ha vinto? Di questi tempi no. L’uomo che elogiava la follia, archiviato Erasmo, si appella molto più accortamente a Raffaele. San Raffaele. Silvio non è più lui: di colpo è noi.

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