L’UNICO VANTAGGIO: NATALE SENZA MADRI ODIOSE E PREPOTENTI IN CUCINA

di ELEONORA BALLISTA – Quest’anno, dato che al pranzo di Natale saremo soltanto noi di famiglia, non si paleserà l’Hitler che è in me quando sono in cucina. E prima che qualcuno si allarmi mi affretto a spiegare.

Di solito, quando si avvicinano le feste e si prospetta un pranzo, o una cena, per parecchi invitati, io vengo colta da differenti reazioni.

Inizialmente è ansia: “Cosa? Saremo in sedici?”; immediatamente segue un momento di meditazione che mi autoimpongo: “Calma, mamma, calma”. Poi, con l’ideale colonna sonora del Gladiatore in sottofondo, sollevo piano lo sguardo ed espongo alla family, che pretendo mi aiuti, il piano di battaglia.

È qui che le mie figlie mi danno della nazista, perché nel dare le direttive per la imminente preparazione sono inflessibile: si fa come dico io, nei tempi che io stabilisco, senza possibilità di replica o di critica. Un dittatore, ne convengo. E so anche che questo è l’unico ambito della mia vita in cui emerge la parte peggiore di me.

In questi frangenti mi sento molto vicina ai grandi chef, non tanto per capacità (in cucina mi arrangio, ma non siamo a livelli professionali), quanto per manifesto caratteraccio. Perché è vero che certi grandi cuochi all’opera sembrano pazzi scatenati, ma una ragione (o più di una) forse c’è.

Per preparare un pranzo che contempli molte portate, avendo a disposizione un tempo limitato, occorre una organizzazione perfetta che non transige, perché anche la singola distrazione può far abortire l’intera preparazione. Un esempio su tutti è il risotto, che io riesco a cucinare per non più di sei persone (oltre, sbaglio sistematicamente le dosi): ebbene, è una pietanza che può naufragare a partire dall’iniziale soffritto, che riesce a bruciare in un attimo se non è guardato a vista.

A corredo di ciò che il menù proporrà, per un festeggiamento che preveda molti invitati, c’è la logistica: innanzitutto un salotto abbastanza grande per contenere più tavoli accostati con relative sedie (e averne 16 non è così scontato); i piatti, che devono essere rigorosamente non di plastica; i calici di cristallo, che andranno poi lavati e asciugati a mano perché mica vorrai metterli (sacrilegio) in lavastoviglie; la tovaglia, quella enorme, ricamata, della nonna, con quel meraviglioso, e a un tempo dannato, pizzo, impossibile da stirare.

Capite bene che ce n’è abbastanza per farsi prendere dal panico.

A questo proposito, la critica che più di frequente muovono a me che sono donna del nord, è che mi manca la seraficità tutta meridionale, quella che abitua, fin dalla più tenera età, alle grandi riunioni di famiglia.

Chissà, forse è vero, in più io, figlia unica, non ho memoria, in casa mia, di grandi raduni anche perché ci sarebbe stata comunque poca gente.

Ad ogni buon conto, in oltre vent’anni di matrimonio con un marito dalle radici del sud, fonte inesauribile per me di mirabile apprendimento culinario (non tanto lui, quanto le numerose zie), adesso riesco a far fronte abbastanza bene alle sfide festaiole che riuniscono in casa nostra la famiglia, anche allargata.

Ma quest’anno no, siamo già sicuri che tutto ciò non ci sarà. E se da un lato dispiace (davvero) la mancata compagnia, è innegabile lo sconto di lavoro di cui potrò beneficiare per via del numero ridotto di commensali.

Cosi, per una volta, resterò mamma dolce anche in cucina, persino mentre preparo.

Il menù, stavolta, lo proporrò ricercato (per gli esperimenti è necessario un numero contenuto di persone a tavola, e il Natale 2020 ci assicura proprio questo).

E anche gli elementi di contorno (tovaglia, stoviglie, centrotavola) non saranno lasciati al caso: potrò persino spingermi a tre calici per ognuno perché, al massimo, alla fine, si tratterà di 12 bicchieri da lavare, un numero più che accettabile.

È così, con l’animo rilassato, che mi appresto a ragionar del menù del dì di festa, con l’augurio di un buon Natale, senza stress, per tutti.

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