L’ULTIMA FUGA DALLA DISPERAZIONE DELLA VECCHIAIA

“Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” è il titolo di un romanzo svedese del 2009, tradotto in tutto il mondo, che narra le esilaranti vicende di un vecchietto, all’apparenza innocuo, che scappa da una casa di ricovero per intraprendere un viaggio rocambolesco dove incontra anche antichi conoscenti come Mao e Stalin.

Purtroppo, nel nostro paese, gli anziani che scappano dalla finestra per fuggire dagli ospizi sono un triste fatto di cronaca e non un’invenzione letteraria. L’ultimo episodio è quello di Rovigo, dove un uomo di 91 anni è morto per aver tentato la fuga con un lenzuolo dalla finestra al primo piano dell’edificio dove era ricoverato. L’uomo pare che fosse in buon equilibrio psichico e libero di allontanarsi dalla struttura.

Ho fatto una breve ricerche e ho scoperto che casi analoghi sono già successi nel nostro paese. Una pensionata di 74 anni è morta a Volpiano (TO), un altro 91enne a maggio 2021 a Robbio (Pv), a Chieri un uomo di 65 anni nel giorno di Pasqua del 2021, un anziano a Roccapiemonte (Salerno) nel 2021: tutti morti cadendo da una finestra della residenza per anziani che li ospitava o in conseguenza delle ferite riportate.

Le ipotesi per spiegare tali gesti sono soltanto due: tentativo di suicidio o tentativo di fuga. Non so immaginare quale delle due sia più terribile, la disperazione che ti porta a desiderare di farla finita o quella che ti fa credere che l’uscita dalla finestra sia più comoda che quella dal portone principale. Pare che episodi del genere siano meno rari di quello che si potrebbe pensare.

E’ un tema sostanzialmente sottaciuto, quello della realtà delle strutture per anziani. L’età media nel nostro paese è elevata e tenderà a crescere ancora, Covid permettendo. Siamo tra le nazioni con popolazione tra le più anziane del mondo, con una percentuale del 23% di persone over 65 (dati 2021). Le situazioni familiari che conducono alla scelta del ricovero di una persona anziana aumentano.

Non serve il moralismo, deve essere la collettività a richiedere e verificare che tali strutture, spesso molto ben pagate, siano davvero in grado di offrire dignità e ospitalità. Deve esserci sinergia tra familiari e operatori socio-sanitari per contrastare la solitudine, che è il vero dramma. Così come occorre far conoscere che esistono nel nostro Paese strutture d’eccellenza, che garantiscono un rispettoso fine vita a pazienti terminali.

 

 

 

 

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