LO SHOW FUNEBRE DI COSTANZO: FIUMI DI PAROLE E DIRETTE TV PERCHE’ IL TEATRO CONTINUI

Il funerale di Maurizio Costanzo ha avuto una risonanza enorme nelle notizie giornalistiche e in internet, e la partecipazione degli spettatori alla trasmissione televisiva del rito funebre (diretta sia su Canale 5 che sulla Rai) è stata massiccia. E si continua a parlarne dopo. In questi giorni sta venendo fuori l’inevitabile notizia relativa al testamento di Costanzo e alla divisione dei beni fra la moglie Maria Filippi e i tre figli (settanta milioni, a quanto pare).

L’interesse attorno alla morte e al funerale di Costanzo, in fondo, non sorprende. Il notissimo giornalista è morto come è vissuto: sulla scena. Non si poteva non parlarne, infatti. E il molto parlare “in morte” è stato in perfetta sintonia con il suo molto parlare “in vita”.

Semmai qualche linguista o semiologo potrebbe dire qualcosa sulla straordinaria funzione della parola, soprattutto nei riguardi della morte. Io posso solo ipotizzare qualche spunto, molto mio, e quindi poco semiologico e poco linguistico.

Le molte parole “in morte” di Costanzo mi fanno pensare a uno straordinario sforzo di tenerlo in vita, proprio mentre muore e, anzi, proprio perché muore. La morte fa sempre paura, infatti, perché a quel punto finisce tutto. E quindi si parla, si racconta, si evoca. La vita che c’era si è conclusa e quindi la si prolunga in una specie di furore narrativo. Questo fatto, a pensarci bene e senza avere la pretesa di inventare l’inverosimile, ha qualcosa di teatrale: la parola fa vivere – o, se si preferisce, fa rivivere – la realtà.

Tutto questo ha avuto dimensioni vastissime, dato il personaggio. Ma, in piccolo e in forme domestiche e, in fondo, vagamente caserecce, avveniva sempre in passato, anche nelle piccole comunità locali. Il tempo del defunto “sùer tèra” (“sopra terra”, non ancora sepolto) era dominato dalle visite alla famiglia in lutto e allo scambio informale dei ricordi. Il defunto era ancora “tra noi” e lo si teneva vivo, appunto, raccontando quello che si era vissuto con lui. E’ del tutto evidente che lo spazio nel quale la parola risuona oggi è molto più vasto rispetto al ristretto spazio in cui la parola risuonava ieri. E soprattutto le piccole comunità di ieri non disponevano degli strumenti per far girare la parola di cui dispone la comunità dei media e di internet.

Altre somiglianze si potrebbero citare. Una soprattutto: si parlava molto, allora, e si parla molto oggi, della vita che è stata, ma si fatica a parlare della vita che sarà. Se si parla della vita che sarà lo si fa sullo schema di quella che è stata, inevitabilmente. La figlia di Costanzo, ai funerali ha detto: “Papino, ti immaginiamo in Paradiso che organizzi un grande talk show. Ora sei per mano a Sordi e Gassman”.

E questo vale per tutti, anche per i credenti. Sulla vita futura il credente è convinto che ci sarà. Non sa come sarà. Neppure lui può pretendere di fare fotografie del paradiso. Sarà proprio una vita diversa, molto diversa, sarà davvero un’”altra” vita.

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